Nel labirinto dell’anima: Avdeeva e il suo Chopin a Menton

Loïc Lafontaine / Ville de Menton.

MENTON  Sempre pericoloso confidare nel responso, spesso balzano, dei concorsi. “Roba per cavalli da corsa, non per artisti”, amava dire Arthur Rubinstein, che di arte era indiscusso arbiter elegantiarum. Ma, certamente, imporsi dopo una sfiancante maratona di prove su candidati del calibro di Danil Trifonov, Lukas Geniušas ed Evgeni Bozhanov qualcosa vorrà pur dire. E quando, nel 2010, Julianna Avdeeva aveva trionfato al Concorso Chopin di Varsavia, il pensiero era spontaneamente andato alla vittoria, leggendaria, di un’altra donna, Martha Argerich, che in quell’occasione sedeva in giuria. A convincere, di quella ragazza dal viso pulito e dal temperamento appassionato, era stata la profondità dell’approccio alla pagina, servita sempre con un ossequio onesto, privo di frivolezze, assecondando il gusto per fraseggi nobili, magnificamente respirati, esaltati da un nitore tecnico dichiaratamente sbilanciato verso il naturale corso della frase, la sua intima verità, rispetto allo scintillio spavaldo di dita bombastiche. Lo scorso 1agosto, ancora sotto l’incantesimo del viaggio tutto raveliano offerto la sera precedente da Bertrand Chamayou sul Parvis de l’Eglise de St. Michel Archange, il Festival de Musique de Menton ha ospitato, questa volta nel Teatro del Palais de l’Europe, la pianista moscovita per un recital che, per molti aspetti, riportava le lancette dell’orologio a quel fatidico 2010. Un recital nel segno esclusivo di Chopin, a cui Avdeeva è recentemente tornata dopo aver percorso un fitto dedalo di sentieri impervi e avventurosi esplorando, da solista così come da affascinante camerista a fianco di nomi eccellenti del concertismo mondiale, repertori e linguaggi quanto mai differenti. Indimenticabile il suo impegno, via social, nei faticosi mesi della pandemia, a condividere con il pubblico virtuale l’opera di Bach, non solo eseguita ma commentata, analizzata, esplorata. E straordinario, in tempi più recenti, il contributo, coronato dalla recente incisione dei 24 Preludi e Fughe, per portare ad un pubblico più vasto il testamento compositivo di Shostakovich, gigante non ancora sufficientemente assorbito dai cartelloni concertistici, in occasione del mezzo secolo dalla morte. Tornare a Chopin, dunque, dopo anni di lontananza da casa, significa, per interprete e uditorio, trovarsi di fronte ai segni del tempo, al processo di maturazione e di trasformazione delle pagine che va di pari passo con la vita. In una sala dall’acustica decisamente avara, Avdeeva ha saputo, non senza un’iniziale fatica a decifrare l’impatto del suono, srotolare passo dopo passo la sua tela, riconfermando il magistrale equilibrio di conduzione e la cristallina classe che la caratterizza. A partire dalla multiforme, sfuggente Polonaise-Fantaisie op.61, risolta levigandone gli spigoli a favore di uno sguardo da subito interiorizzato, focalizzato sulla dimensione meditativa, erratica, della pagina. Un racconto per sottrazione che prendeva avvio dall’austera introduzione accordale, minuziosamente miniaturistico, che privilegiava, non senza qualche rischio nello sfidare la corsa del suono e la sua “corporeità”, in qualche momento mancante per eccessiva ricerca di pianissimi al limite della consistenza, un universo evanescente fatto di mezze tinte, confessioni sussurrate con pudore, soliloqui detti a labbra strette, come preghiere. Allo stesso modo, l’anima acquatica della Barcarola, a cui il riverbero di una maggiore risonanza avrebbe regalato certamente ben altro fascino, conservava la sua intenzione a transitare in acque più prudenti che tumultuose, evitando accuratamente di tuffarsi a capofitto in una scrittura in cui le idee, così ben sorvegliate, avrebbero dovuto cimentarsi con un virtuosismo audace e scintillante, nella sottile lama del suo gioco di perla. Una sensazione, questa, percepita anche a cospetto dell’Andante spianato e Grande Polonaise brillante op.22, in cui il fluttuante cantabile introduttivo trovava la leggerezza innocente di un passo spedito, deciso a non indugiare in oasi liriche, mentre il sinfonismo incalzante della Polonaise, il suo fuoco ritmico di trascinante ardore, in più momenti compromessi da un ritorno di suono alonato, trovavano superba compensazione nel passo araldico, impettito, di frasi plasmate con ineccepibile sapienza. L’armatura dell’antico verbo chopiniano, quindici anni fa percorso fino a consumarsi le dita, era ancora là, intatta, gemmea nella purezza della sua pronuncia, avvincente nel suo dispiegarsi; ora, riprenderne le redini e affrontarne le sabbie mobili disseminate in ogni battuta significa riappropriarsi di nuovo un territorio che non si lascia mai pienamente addomesticare. Fatalmente bello quanto ingannatore, seduttivo ma intimamente micidiale, tutto fiamme e rese, chirurgico virtuosismo – qui risolto ricorrendo anche all’esperienza – e il velluto di frasi rubate al belcanto belliniano. Tutto questo (e molto altro) abita nelle 24 schegge dei Preludi op.28, una conquista più recente, nel repertorio dell’artista, che Avdeeva scolpiva confermando, fedele alla sua cifra, l’inclinazione introspettiva, squisitamente “emotiva” delle singole tessere. Applausi calorosi da parte del (non numeroso) pubblico, ricambiati dallo scintillio di un ultimo Chopin: il Valzer brillante op.64 n°1.

Elide Bergamaschi