Home Provincia Le tradizioni nei ricordi di un incrocio: gli occhi del cuore di...

Le tradizioni nei ricordi di un incrocio: gli occhi del cuore di Franco Zaffanella

CASTELLUCCHIO –  Le Crocette. Si apre un mondo. Le Crocette non sono solo un luogo, piccolo ma pieno di storia, alle porte di Castellucchio, è lo scrigno di ricordi e di identità come dimostra nel suo ultimo libro lo scrittore Franco Zaffanella, ricercatore di usi e costumi, nonché autore di testi teatrali dialettali che vanno alla grande. Cita le Crocette con la casa in cui è nato ed è cresciuto e si illuminano gli occhi, perché quelle Crocette sono negli occhi del cuore come la chiesetta, detta cesulina, e la corte agricola dove vivevano a decine con le tradizioni e le abitudini di quegli anni dell’immediato secondo dopoguerra: la bugada, cioè il bucato a mano, al filòs, cioè la tradizione di trovarsi alla sera per parlare del più e del meno, al caratìn, la cariola, e via attrezzando. Molti di noi hanno le proprie Crocette: quelli di Roncobonoldo sono di Roncobonoldi e poi di Suzzara, quelli delle Chiaviche sono delle Chiaviche e poi di San Prospero, quelli della Viola sono della Viola, e poi di Pegognaga e via alambiccando. Non sono nemmeno frazioni nel senso tradizionale, sono mini-borghi, si dirette dei borghini ma che fanno tanta storia personale di più persone e quindi storia sociale, di una comunità. Franco Zaffanella è un maestro della narrazione delle tradizioni e delle devozioni, sia religiose sia laiche. Devozione per le immagini sacre appese alle mura della case di campagna o nella nicchia della stalla solitamente abitata da Sant’Antonio, alla devozione per gli arredi che facevano molto focolare della casa: la stufa e il camino, il cancelletto davanti a casa, il rastrello e la scopa messe a croce per esorcizzare le conseguenze di un temporale che si profila all’orizzonte e l’aia davanti a casa dove si svolgeva gran parte della vita lavorativa e sociale. L’immagine che Zaffanella ha voluto mettere in vetrina copertina è quella iconica della candela sul comodino. Lacrima del ricordo. Questa immagine commovente mi ha fatto mettere in fila cosa vuol dire il comodino per noi, nei diversi tempi. Il comodino come monumento metafora e simbolo di ricordi e tradizione, di letture e di passioni. Sul comodino, un mondo, la candela e il lume a olio; la lampada moderna di design e il libro del momento; il cellulare e la spina da ricarica; gli occhiali e i bigliettini promemoria; una matita e un foglietto; un bicchiere e una dentiera o due; una statuina della Madonna di Lourdes o quella in plastica ancora colma di acqua benedetta a Lourdes; una spazzola comoda per nonna. Sul comodino: un pettinino piccolo piccolo per nonno, la barba; le medicine e i flaconcini da aprire con difficoltà; un posacenere diventato porta oggetti; un quadretto con le faccine dei nipotini; una cornice ovale con la foto in bianco e nero di chi non è più lì; la scodella bianca con il ghiaccio nelle notti d’estate; la cartolina appena arrivata dei nipoti dal mare; il rosario preso alle Grazie; il breviario per tutti preso non si sa dove; la candela che va. Noi viviamo innanzitutto di immagini ed odori, poi vengono le parole e i sapori complicati, perfino i ragionamenti con salti pindarici ed iperboli quasi inconcepibili. E pensare che, in realtà, la stessa realtà, giochino voluto non so quanto riuscito, è molto più semplice di come la vorremmo proiettare. Sono gli occhi del cuore che hanno guidato e, immagino, conducono quotidianamente Franco Zaffanella a ricordare e raccontare la bellezza della semplicità della vita, i cui fatti la memoria per forza di cose, e per sua natura, rende essenziali e preserva da inquinamenti e inutili orpelli. Ecco così i comodini della nonna, le lire in fila per la tombola, le foto nel cortile, i ricordi della casa da piccolo e mille altre immagini ben custodite nello scrigno e benevolmente condivise con tutti noi. Ci immergiamo nelle piccole storie di giornata che diventano la grande storia di una società e di una collettività. E Franco ci alimenta pagina dopo pagina la curiosità di scoprire come si giocava, come si imparava, come si discuteva, come ci si emozionava in quegli anni che vanno dal secondo dopo guerra al periodo del cosiddetto boom, quando la società italiana passa da contadina a moderna, dalla campagna alla città. Dove però il borgo, i nuclei dei paesi, le contrade -come direbbero in altre regioni. sono protagoniste del teatro della vita. Come si spiegherebbe altrimenti l’unicità di posti come i Borghi a Roma o le Contrade di Siena, inseriti in un contesto metropolitano ma con spiccato valore di paese. Si coglie in Franco Zaffanella la necessità di cercare e documentare e ancor di più il desiderio profondo e ineludibile di condividere, quasi di contagiare con questi suoi ricordi la nostra immaginazione e la nostra memoria per dirci che anche noi dobbiamo essere artefici della memoria selettiva ed usare gli occhi del cuore, anche noi possiamo e dobbiamo confessarci tra noi e con gli altri, che magari non hanno avuto la fortuna di vivere in Castel di Castellucchio e di conoscere Gabbiana, senti che suono, un nome quasi da volo in cielo e non solo di un borgo, quello che si prova a leggere certe foto, a scrutare certe frasi, e a riproporci anche di custodirle queste ricchezze, che vanno ben oltre la documentazione e la narrazione. Che rimangono dentro. Borgo, borgata, cantone, canto, cantuccio, frazione, quartiere, rione, e pure “due vie in croce” come quelle di tanti paesi sembrano posti minori, piccole aggregazioni, sono in realtà pezzi delle nostre città esteriori ed interiori. Chi come me ha avuto la ventura e la fortuna di nascere sotto le pertiche dei salami in una casa di campagna in uno degli ultimi giorni di un gelido dicembre quando tutte e tutti in casa erano occupati a “far su al gugiol”, chi come me sentiva la poesia del dialogo tra le nonne e le zie nei giorni duri del bucato fatto in dli suioli cun la senar al posto del sapone, chi come me ha avuto a che fare con una faraona che sembrava gigante e un tacchino che voleva giocare con un bambino, be uno come me può dire che queste pagine sono una occasione e una consolazione. Di memoria e di speranza. Con il supporto e la forza della poesia e del racconto in lingua e in dialetto, dove la parola diventa azione e il suono diventa proverbio. L’autore ci aiuta a tenere accesa quella candela sul comodino, nella scia di grandi autori del passato che Franco ed io abbiamo avuto occasione di conoscere in anni ruggenti come Renato Bonaglia e Dino Villani che proprio nell’atmosfera del Premio Suzzara e della valorizzazione della civiltà contadina sono stati il primo riferimento di questo percorso che si può riassumere con il titolo di un libro dello stesso Renato Bonaglia: “Voltarsi indietro per andare avanti”. Grande lezione di cura della mente e di riguardo per gli occhi del cuore.