VIADANA L’uomo delle grandi statistiche della scorsa stagione ha numeri impressionanti. Con 1343 minuti giocati, Fabrizio Boschetti è secondo solo a Martin Roger (2 minuti in più), ma va considerato che, da terza linea, il suo è un ruolo più usurante. Il dato clamoroso resta quello dei placcaggi: 122 in stagione, nessuno come lui tra i gialloneri.
Fabrizio, c’è molta curiosità attorno alla squadra dopo i tanti cambiamenti. L’identità di gioco sarà preservata?
«C’è curiosità anche da parte nostra su come giocheremo e su come si inseriranno i nuovi. L’identità di base resta, ma i cambiamenti portati da staff e compagni faranno la differenza».
Quali sono le tue sensazioni sulla squadra?
«Serve tempo per capire il lavoro fatto in pre-season. Solo le partite ci diranno davvero quanto può dare questa squadra».
Dall’esterno sono arrivate critiche sugli italoargentini. Come vive lo spogliatoio questa situazione?
«Per noi rappresentano un’opportunità, anche culturale. Sono polemiche pesanti, ci rendono ancora più uniti e compatti».
Il “Director” Sosene può essere un valore aggiunto?
«Parliamo di un ex All Black e di un allenatore che ha guidato la Romania ai Mondiali. Ha una visione del gioco diversa, da isolano del Pacifico. Sono curioso di vedere cosa ci porterà».
L’anno scorso hai registrato numeri eccellenti. È stata la tua stagione migliore anche giocando spesso da numero 284?
«Dal punto di vista delle statistiche, sì. Passare dalla terza alla seconda linea è stato un adattamento, ma positivo».
Si parte con la Supercoppa: come vivi l’attesa del primo trofeo stagionale?
«Giocare subito con Rovigo, dopo quella finale, aumenta la voglia. Stiamo lavorando con la testa solo sulla Supercoppa».
Nella gara secca spesso vince il più bravo e non il più forte. Come si allena questa dote?
«Non è qualcosa che si allena: servono testa, maturità e profondità di rosa. A Parma ci è mancata la panchina nei ruoli chiave e lo abbiamo pagato negli ultimi dieci minuti. Non l’esperienza: il gruppo lavora insieme da anni, ma in certi ruoli non avevamo cambi per dare respiro».






































