MANTOVA Che cosa significa oggi studiare architettura?
“Significa prendere il proprio senso di creatività, intesa come sensibilità per la bellezza del mondo, e coniugarlo non solo con le tematiche della costruzione, ma con le sfide odierne, più complesse: sostenibilità, ambiente, attenzione ai desideri individuali. E sarà una disciplina con nuovi sviluppi (in passato, l’architetto era chi fosse versato nelle questioni artistiche o avesse intuizione della costruzione); ora le persone sono animate da senso di responsabilità, per migliorare l’ambiente, e noi adesso abbiamo bisogno di persone competenti in questa sfida”.
Una forma di individualità collettiva?
“Sì, attenzione ai bisogni delle persone, non come “massa”, come nel secolo scorso, dove le avanguardie artistiche raccontavano espressioni di una collettività di massa. Adesso abbiamo bisogno di produzioni singolari, di soddisfare desideri individuali e un diverso modo di interpretare collettivamente il mondo in cui viviamo: non possiamo più chiudere gli occhi”.
Come può l’Università preparare meglio al mondo del lavoro? Avete dei riscontri?
“Dagli ultimi “ranking” ci vede ai primi posti soprattutto nei posti del “placement”, dei nostri laureati, nei confronti dei datori di lavoro, e come “academic reputation”. Ad oggi il Politecnico ha fatto passi avanti per quanto riguarda il settore dell’architettura quando negli anni passati ci vedeva ad quota più bassa rispetto alle discipline d’ingegneria: ora anche nel nostro ambito siamo ai massimi livelli e stiamo assorbendo una grande parte di vocazioni di architettura”.
Tutto positivo?
“No. Non ci possiamo nascondere: siamo penalizzati, come tutta l’Università italiana, da un rapporto docente-studente svantaggioso . All’estero, le classi sono formate al massimo da una ventina di studenti. In Italia, in qualsiasi disciplina, c’è un rapporto uno a 50. Un semestre gestito con numeri “umani” garantisce un grado di interazione diverso. Le ricette sono: agire subito su un necessario ricambio generazionale dei docenti, favorendo professori italiani”.
Perché scegliere Mantova? “Mantova, per la progettazione architettonica, è il “libro di testo”: riesce ad esprimere tutti gli strumenti adatti a quello che vorrei fare nella vita se fossi uno studente. Guardo una storia che vive, qui il cuore della storia “pulsa”. Come in tante altre città d’Italia, però Mantova ha tanti altri aspetti che portano lo studente a sentire questo cuore pulsante della storia anche negli aspetti quotidiani: le persone che ci circondano, la comunità che conserva un centro storico limitato e permette a questo centro storico di potersi esprimere. E ritorniamo al tema delle aule a misura di studente: una delle motivazioni per il quale i giovani ci scelgono sono anche le “condizioni dell’intorno”. Oggi, studiare architettura qui, significa aver raggiunto molti degli obiettivi che un giovane tra i diciotto e venticinque anni cerca quando deve scegliere la disciplina della vita”.
E gli insegnanti?
“Fare l’insegnante è una vocazione: unirla ad una carica istituzionale, come la mia, diventa una missione. Oggi, chi ha ruoli apicali, deve pensare che l’obiettivo sia l’individuo: il collega insegnante, il personale tecnico amministrativo e gli studenti. Gli studenti sono persone: i numeri non fanno nulla. Ambire ad un sistema universitario basato sui numeri, non significa nulla. Gli studenti non sono numeri: I ragazzi sono degli individui con delle ricchezze interiori che si possono, forse, tradurre in numeri, in quantità (la cameretta ecc) ma non possiamo rimanere lì, c’è bisogno di un luogo dove socializzare, dove esprimersi. E la pandemia ha fatto capire la necessità di questa ricchezza. Con Mantovarchitettura, abbiamo cercato di creare occasioni di socialità anche tramite il cinema. Come università ci stiamo orientando verso una terza missione: oltre ad insegnare e fare ricerca, vogliamo creare socialità, un obiettivo che noi allarghiamo e rivolgiamo alla città di Mantova. Portare la società dentro l’Università”.
La cattedra Unesco funziona?
“È il nostro acciaio da mettere nel cemento armato universitario. Grazie alla cattedra Unesco abbiamo creato una potente struttura che attira interesse e ci consente di trasformarci. Non solo ci siamo aperti a nuove tematiche come quelle degli SDG (obiettivi di sviluppo sostenibile ndr), che prima tenevamo in disparte, ma abbiamo visto che sono molto graditi dagli studenti e determinano la capacità di coniugare vocazione artistica, tematica della costruzione e sostenibilità ambientale”.
Quale è l’obiettivo per il suo terzo mandato?
“Penso sia necessario dare maggiore attenzione alla terza missione citata precedentemente. Se nel campo della formazione e ricerca possiamo andare in continuità con gli anni precedenti, le sfide nuove, anche della cattedra Unesco, dobbiamo accoglierle e confrontarsi. Ed è qualcosa che non pensavo avremmo mai fatto: un’educazione sulla quotidianità, alla qualche anche io sento il bisogno di acclimatarmi”.
Quali sarebbero le scelte più importanti delle istituzioni mantovane a supporto del Politecnico?
“Non può esistere nel ragionevole tempo futuro un investimento per quella che viene definita “ Università di Mantova”: oggi questa prospettiva, questo sogno tenuto nel cassetto, anche fondando UniverMantova, non è un’università. Tuttavia, dal mio punto di vista, questa volontà di portare qui alcune sezioni di università, è una scelta da dover alimentare. Se Mantova e Sabbioneta vogliono essere città universitarie, le istituzioni politiche ci devono credere e affrontare atti concreti, forti. Ad oggi noi abbiamo un contratto che scade nel 2029 ed è necessario che adesso (perché l’Università non si progetta in un uno o due anni) dovremmo discutere del futuro di questa realtà: siamo la realtà più forte del sistema universitario mantovano, e c’è bisogno di continuo dialogo e ascolto delle esigenze delle persone che fruiscono del nostro ateneo”.
Che cosa fare per attirare l’impegnò della Provincia e dei comuni, visto il loro disimpegno per l’Università?
“Quest’anno mi sembra ci sia stato un ottimo passo d’inizio: la Provincia ci ha destinato un bene strategico come la Casa del Mantegna, e noi lo abbiamo valorizzato. Ma c’è bisogno di passi più coraggiosi: il Politecnico sta cercando casa. Le istituzioni devono pensare alla casa del Politecnico, non possiamo più permetterci di spendere denaro (milioni di euro ndr) per adattare degli spazi che ad oggi non si capisce di chi siano. In aggiunta, la fiducia del territorio per tutte le operazioni che attengono ad una scuola di architettura e ingegneria delle costruzioni: per i progetti concernenti la comunità, il Politecnico c’è e va utilizzato dove la progettualità urbana vuole esprimersi al meglio. Io dico: Avete l’Università? Utilizzatela. Casi come questo, famoso fu Urbino, quando Carlo Bo chiese all’università di fare tutto, creando una comunità straordinaria”.
Crederci?
“Crederci, dare fiducia e garantire un ruolo da protagonista al Politecnico nelle scelte politiche, culturali, urbanistiche e sociali della città. Serve una lingua comune tra Palazzo Ducale, Palazzo Te e Casa del Mantegna”.
Se il nuovo PGT vi venisse affidato, avreste un’idea di come riorganizzare la città?
“Abbiamo già avviato la collaborazione con il PGT, delle sessioni di lavoro con l’amministrazione comunale, riguardo il tema della accessibilità. Il PGT è un progetto molto complesso: le nostre competenze porterebbero non solo competenze urbanistiche, ma ci piacerebbe pensare una città fortemente accessibile, legata al campo universitario, una città giovane”.
Un esempio?
“Sparafucile. Fare un infopoint e farlo diventare l’accesso della città, come suggerito dieci anni fa dall’architetto Joao Luis Carrilho da Graça, o nel campo della mobilità, rivedere la ex linea ferroviaria tra Mantova e Peschiera, proponendo un percorso di rivalorizzazione ciclabile, ad oggi morto quasi sul nascere, perché tutte le aree di questa ex linea sono frammezzate, mentre potrebbe essere un’idea per incanalare tutti i turisti del lago, senza farli passare da Verona: è un peccato non farli scendere nell’unica città d’arte, oltre Verona”.
Le piace il nuovo Parco del Te? “Non sono intervenuto direttamente, ma stimo l’analisi del prof Carlo Togliani: ci sembra che tradisse l’aspettativa con il dialogo con la storia che informa tutta la bellezza della città. A volte parliamo a sproposito del “Made in Italy”, che altro non è che il connubio tra ciò che è storia, e ciò che è futuro progettato. Quest’opera non ha alcun legame con Palazzo Te ma nemmeno con quello che pensavano i Gonzaga come giardino. Oggi ci troviamo davanti ad una Gardaland, e forse si poteva fare un lavoro più attento nella capacità che hanno certi luoghi per tradurre un modello di architettura del futuro che sia esemplare. Non è una bellezza soggettiva, ma declinare una certa storia con un’idea di futuro, di divertimento, che tenesse presente le circostanza. Stesso discorso si potrebbe fare per piazza Alberti. Per concludere: Il dialogo con la storia è complicato, in Francia ci sono delle figure professionali specifiche (vedi “ architetto del patrimonio”), per essere sensibili al dialogo con la storia. Forse era meglio fare una chiamata pubblica, un concorso di idee per creare un lavoro adatto a questa sensibilità”.
Antonia B. Baroni








































