di Tiziana Pikler
Mantova “Tutto il mondo ti viene dietro”. È solo uno dei parallelismi che l’editore mantovano Franco Paladino trova tra San Francesco d’Assisi e Benito Mussolini. Entrambi, inoltre, hanno combattuto in guerra e hanno conosciuto le fatiche del lavoro materiale. Alessandro Barbero, in un appuntamento gremito a Piazza Castello dal titolo “Va’ e ripara la mia Chiesa”, offre un monologo che ripercorre una parte del vasto lavoro di ricostruzione storica delle versioni scomparse delle biografie del patrono d’Italia, in occasione degli ottocento anni dalla sua morte.
Ricorda che Francesco non parla mai di ordine francescano ma di fratellanza, uomini che non vogliono apparire come rivoluzionari ma obbedienti al Papa. Per questo, con i suoi primi fratelli, si reca a Roma, mendicando e mangiando quello che gli viene offerto. Secondo una versione, che ai francescani piace molto, il Papa gli dà il suo permesso di predicare in totale povertà. Nella maggior parte delle versioni, invece, il Pontefice rimane perplesso. La notte prima dell’incontro ha infatti visto in sogno San Giovanni Laterano, la sua cattedrale di Roma, che minacciava di crollare con un piccolo frate che la sostiene sulle spalle. Nel Medioevo ogni cosa ha un significato, non ci si ferma mai all’apparenza e alla superficie. In realtà, Francesco arriva in un momento in cui la Chiesa ha un gran bisogno di lui ed evita alla Chiesa di crollare. Siamo nel 1210. All’apparenza il Papato ha un suo Governo, una sua impalcatura burocratica con un prestigio e un’influenza enorme. E allora perchè mai la Chiesa rischierebbe di crollare? A quell’epoca le persone che imparano a leggere, leggono il Vangelo e sono colpite dalla povertà in cui vive Gesù con i suoi apostoli. Questa condizione economica piace molto perché la povertà è al centro della fede cristiana. Molti lo sanno, pochi lo dicono e se lo dicono, lo fanno clandestinamente.
Riscoprire la povertà cristiana, quella che la Chiesa non aveva capito e a cui non riusciva a rispondere in maniera adeguata. La missione di Francesco è stata questa. Evitare il grosso pericolo di far perdere alla Chiesa il contatto con le masse, “come diremmo oggi come per i partiti di sinistra”, ammicca Barbero. Francesco non è né il primo né l’unico a scoprire il valore della povertà ma lo interpreta stando dentro la Chiesa, senza finire in clandestinità. La povertà totale è di per sé un messaggio rivoluzionario. Non nel senso di criticare la Chiesa, il Papa, la sua autorità, i vescovi o i sacerdoti che, di certo, non vivevano in povertà. Non significa nemmeno criticare i ricchi. Francesco non dice mai una parola contro le disuguaglianze sociali, in compenso afferma che i ricchi ci mantengono. Per lui gli altri corrono dietro la ricchezza, mentre i francescani sono i frati minori, i più piccoli di tutti. “Sanno anche che gli ultimi saranno i primi”, sottolinea Barbero. Non credere di essere qualcosa meglio di qualcun altro, è il vero messaggio di Francesco. Il patrono d’Italia fa quindi vedere che nella Chisa c’è tutto, dai grandi palazzi e la gestione del potere della cristianità, alla povertà e alla consapevolezza di essere al livello degli ultimi.
Non ammette però i libri. Per due motivi. Hanno un costo eccessivo e i francescani non devono possedere nulla. E soprattutto chi studia non riesce più a sentirsi come gli ultimi e a non comandarli. L’attualità di San Francesco secondo Barbero.





























