Sindaco “mozzarella” o sindaco “yogurt”, come preferisce essere chiamato, visto che tutti la dànno “in scadenza”?
«Beh, in scadenza lo sono davvero, dopodiché se proprio devo scegliere preferirei un buon vino rosso che se tenuto nel modo giusto migliora invecchiando».
Ok, bando alle ironie. Senza mettersi su un piedistallo, che voto si dà per questi 11 anni di governo della città (da 1 a 30, come all’università)?
«Nessun piedistallo, sono solo uno che si è impegnato tanto insieme a una squadra solida e in gamba. Facciamo che il voto l’hanno dato i mantovani nelle due elezioni vinte: alla fine è quello il voto che conta davvero per un politico».
A quali sindaci del passato più si rapporta, in meglio o in peggio? E se in meglio, faccia pure i nomi di quelli del suo partito cui meglio si raffronta.
«Non ho direttamente vissuto molti sindaci della città, per ovvi motivi anagrafici, per cui fatico a rispondere. Di quelli che non ho vissuto mi piacerebbe, per l’affetto che tanti mantovani hanno avuto per lui, Usvardi. Tra quelli che direttamente ho visto in azione, il primo mandato di Burchiellaro fu un mandato di grandi trasformazioni che coincise di fatto con il primo sindaco con l’elezione diretta, poiché l’esperienza di Chiara Pinfari durò poco. Peraltro da allora a oggi solo lui, e oggi io, abbiamo fatto due mandati».
Ho detto e scritto più volte che il suo capolavoro amministrativo è stata la svolta della “Valdaro Spa”, che in sorti avverse avrebbe rischiato di mandare in default il Comune. Vuole dirci sinceramente come è riuscito a convincere le banche a rinunciare a 24 milioni?
«Nostro capolavoro, non mio. Si è ottenuto con tanto lavoro dietro le quinte, sia urbanistico, condotto da Murari, sia societario con il presidente Ronda e l’avvocato Sarzi Sartori, sia sul piano giuridico, grazie al fondamentale aiuto dell’avvocato Paolo Gianolio per far saltare il piano approvato da Sodano che indebitava il Comune per 15 milioni a garanzia delle banche. E poi con una discreta dose di “faccia tosta” quando mi presentai a Siena alle 9 di mattina dall’allora a.d. di Mps per dirgli che avrei dovuto ritirare in giunta in autotutela il piano di saldo stralcio definito col Comune e chiedendogli sei mesi di tempo per mettere in campo un nuovo piano che avremmo onorato e che partiva da un dato fondamentale: costruire la bretella per collegare le aree di Valdaro a Mantova Nord. L’accoglienza non fu calorosa, diciamo. Ma per me, o era così o era così, perché quel piano avrebbe fatto saltare le casse del Comune per anni e anni, imponendo di tagliare servizi e paralizzare ogni iniziativa. Fu fondamentale anche in quel momento la compattezza della maggioranza: ricordo bene in consiglio comunale l’opposizione che cercava di terrorizzare i consiglieri neoeletti di maggioranza dicendo che poi alla Corte dei Conti si risponde personalmente. La realtà è che se non avessimo fatto così sarebbe stato un disastro per i conti del Comune».
In un libro di “Storia di Mantova” del 2125, fra un secolo, per cosa vorrebbe essere ricordato, oltre che per il nome affrescato nella “stanza dei sindaci” di via Roma?
«Nomi peraltro scritti su una sorte di “lapide” affrescata che non sprigiona proprio vitalità. Il primo giorno da sindaco nel 2015 entrando chiesi alla capo segreteria: ma è proprio necessario essere scritto lassù quando finisco? Per il resto credo che ogni sindaco sia ricordato, bene o male, per le opere che ha fatto o non ha fatto. Avendone fatte tante ne scelgo tre: piazza Alberti, Parco Te e il sottopasso di porta Cerese, che però condividerò col prossimo sindaco e questo lo trovo molto bello».
Dei suoi successi oggettivi, non teme che qualcuno possa venirle invece imputato come magagna, se non magone? Penso alla torre della Gabbia, o ai sottopassi in capo a Rfi che non si sa quando verranno mai realizzati e con quali conseguenze.
«Sinceramente no. La torre della Gabbia per ottenere fondi dal terremoto doveva per obbligo essere valorizzata. Purtroppo ora c’è in ballo il contenzioso con alcuni condòmini e deciderà il tribunale. Mi dispiace perché penso vi fossero le condizioni per trovare un accordo, ma gli accordi non si trovano da soli se la controparte non vuole. Dei sottopassi al contrario sono orgoglioso. Mantova ne parla da cinquant’anni. Abbiamo ottenuto tutte le risorse per farli senza un euro dei mantovani. Più di così che devo fare? Porta Cerese è partito e Gambarara partirà a fine estate 2026. Se ogni volta che c’è una grande opera si dice che però durerà tanto, allora continuiamo a non farle e a lamentarci perché non si fanno. È così che Mantova è rimasta al palo con le infrastrutture di collegamento per una vita. E non mi pare sia un bene per la città e per la sua economia».
Sottopasso di Porta Cerese… Coi tempi delle ferrovie, non sappiamo quando verrà realizzato. In ogni caso porterà un traffico su rotaia di convogli pericolosi nella città. Ci ha pensato?
«Non è così. Primo perché è già iniziato da otto mesi con tutte le opere di sottoservizi, quindi si sa eccome e si sta realizzando il nuovo impianto di sollevamento acque nel parcheggio stadio. Secondo perché i treni, tanti, ci sono già. Sa quante volte al giorno chiude oggi il passaggio a livello di porta Cerese? 29 volte. Le pare siano poche? È una bufala dire il contrario».
E ha pensato anche ai rischi di quei convogli a dieci metri da Palazzo Te?
«Vi siete accorti che sono decennî e decennî che ciò accade? E secondo lei quanti decennî servono, e quanti miliardi, per spostare la ferrovia a nord della città? E dove? Noi siamo ovviamente più che favorevoli, ma nel frattempo ci facciamo completamente chiudere dentro la città con un passaggio a livello che scenderà sempre di più perché sempre di più per norme ambientali e per motivi economici sarà privilegiato il traffico su ferro rispetto a quello su gomma? Mi sembra surreale una discussione posta così. Da sempre abbiamo questo problema con decine e decine di treni merci che passano ogni giorno e una città tagliata in tre dalla ferrovia. Oggi che si sblocca il tema del sottopasso, come tutti sperano da decennî, si dice “però ci sono i treni”? Chi lo dice mi chiedo dove abbia vissuto sino ad ora».
C’è chi sostiene che per risolvere il nodo dell’accesso Sud alla città bastava spegnere i semafori di Porta Cerese. Cosa replica?
«Che può mettere cinque persone in una stanza buia e sperare che non si prendano contro, ma non mi pare saggio farla diventare una scelta amministrativa razionale e resta comunque il tema del passaggio a livello. Peraltro il tema dei semafori con la rotatoria sparirà quindi serve solo un po’ di pazienza. Vorrei anche qui far notare che quei semafori così e accesi esistono da trent’anni. Sembra siano una novità».
Prima di passare alla sua “apoteosi” da 71%, posso ancóra insistere sui suoi punti deboli?
«Ci mancherebbe, sono qui apposta».
Punto debole è il “green”. Ha messo in conto quanto costerà in futuro alla città tutto il processo di alberature che lei vanta come un utile, e non come un’ipoteca da 4 milioni all’anno?
«I conti però bisogna conoscerli nel dettaglio e se vuole ci torniamo in modo specifico quando vuole. Sono circa 3,5 milioni per circa 2 milioni di metri quadrati di verde cittadino e siamo fieri di aver reso ancóra più verde la nostra città perché ha a che fare con la qualità della vita e con un’altra cosa che vorrei non sfuggisse. Gran parte di questo nuovo verde urbano, prima era occupato da magoni che abbiamo espropriato e demolito. Preferiva il magone a Fiera Catena o il giardino di adesso? Preferiva il magone di Colle Aperto o il prato di adesso? L’unico vero parco nuovo realizzato dove non c’erano magoni è il Parco Te, e sinceramente lo rifarei dieci volte visto che su sei milioni di euro di costo ne abbiamo ottenuti 5,9 dall’allora ministro Franceschini. Ai mantovani costa 100mila euro all’anno in manutenzione e solo da un anno perché i primi due anni era pagata dalle ditte vincitrici della gara per realizzarlo. A me pare un affare, altroché un’ipoteca».
Va bene, lei è stato un bravo sindaco. Dica allora cosa ha predisposto per sapere cosa farà Mantova “da grande”.
«Dei progetti futuri parlerà il nuovo sindaco, che spero sarà Murari, perché la città con lui sarebbe ancóra in buone mani».
Basta la cultura a creare linee di sviluppo per la città, ben sapendo che il Pil prodotto dalla cultura è il 5% anche su scala nazionale, e a Mantova ancor meno?
«Contrapporre la cultura all’industria è una discussione a mio parere vecchia di vent’anni. Chi lo fa sbaglia non solo perché coesistono perfettamente, ma perché soprattutto per Mantova sono entrambe essenziali. Senza l’industria non si genera ricchezza, indotto e stabilità del lavoro e quindi dei redditi, e senza cultura non si valorizza ciò che siamo per storia e vocazione, e per le quali siamo conosciuti nel mondo. Quindi il tema, come in quasi tutte le cose, se si vuole essere serî è: quale industria, quale cultura, come la fai, come la rendi motore di dinamiche economiche, sociali e di crescita per la città?».
È convinto che la “Sonnabend collection” funzionerà? Già il “Museo Virgilio” denuncia parecchie debolezze…
«Le cose funzionano se hanno valore, e direi che le hanno; e poi se ci si crede e ci si lavora sempre. Palazzo Te funziona? Certo, però il mio primo anno da sindaco l’ho ereditato con 136mila ingressi, oggi ne fa 210mila. La differenza sta nel lavoro che si fa. Virgilio non ha mai avuto l’ambizione di essere un museo attrattore di grande turismo ma credo fosse giusto farlo rispetto alla nostra storia. Il lavoro che sul Virgilio va fatto, e serve tempo, è rivolto alle scuole di tutta Italia e lì ci vedo tanta possibilità di crescita. Sonnabend la considero un’operazione straordinaria e ne sta parlando il mondo. L’altro ieri una delle agenzie di arte più note ci ha collocato tra i dieci nuovi musei aperti nel mondo nel 2025 che vanno visti. C’erano Londra, Parigi, Rotterdam, Lisbona e Mantova. Nel primo mese abbiamo avuto oltre 8 mila ingressi. E tanti tanti giovani universitarî che vengono da altre città per vederlo. A me pare una cosa molto bella e davvero importante per Mantova. Anche qui però bisogna lavorarci costantemente e si sta facendo, con Marsilio che ne ha la gestione e anche il rischio di impresa. A noi sta costando meno di 100mila euro all’anno. Mi trovi qualche città di 50 mila abitanti che riesce a fare un’operazione internazionale del genere con questo costo annuale. Per una delle principali collezioni al mondo di arte contemporanea!».
La balneabilità del lago Superiore molti la ritengono una ciocchetta – e non solo fra le opposizioni. Cosa replica?
«Che è una cosa positiva che le condizioni dell’acqua oggi abbiano reso possibile togliere il divieto di balneabilità. O era meglio quando era insalubre da dover mantenere il divieto?».
Sinora l’ho simpaticamente punzecchiata. Passo invece ad alcuni interventi brillantemente da lei risolti: Fiera Catena (malgrado la Comunità rabbinica), i “magoni” abbattuti (ne conto almeno 5), il bando Pinqua di Borgochiesanuova, il recupero del Podestà, il nuovo parco Te, il sottopasso di Gambarara, se si farà… Come c’è riuscito?
«Portando 220 milioni da fuori, se no sarebbero state tutte chiacchiere. Se si ricorda in campagna elettorale nel 2015, in un confronto in sala Stemmi, dissi: se eletto salirò in treno ogni settimana e andrò a rompere le scatole e prendere le risorse dove ci sono per fare le opere nella nostra città. Ho fatto ciò che ho detto. Se stai seduto in via Roma nessuno ti telefona per darti risorse. E sa qual è la cosa che più mi dispiace? Che talvolta mentre le ottenevamo alcuni avversarî politici mantovani da destra provavano a farle saltare. Si ricorda quando Fava da assessore diede più di 3 milioni per la palestra di Fiera Catena? Fu avversato pubblicamente dal suo partito a Mantova. Ma è possibile che non si riesca mai, tutti, a gioire insieme per i successi della città? Ma chissenefrega di Palazzi: io passo, le opere restano. Trovo molto immatura la politica fatta così».
Merito dei suoi assessori, e di Adriana Nepote soprattutto?
«Merito di tutti, perché tutti hanno fatto il proprio e l’hanno fatto insieme. Le orchestre funzionano se suonano bene insieme e ogni strumento fa l’orchestra e il direttore d’orchestra senza un’orchestra che fatica con lui non serve a nulla».
A proposito di donne: lei ha rispettato nella sua giunta le “quote rosa”. Perché però ha dato alle donne solo assessorati marginali (pari opportunità, biblioteche…)?
«È tutt’altro che così, peraltro si contraddice, avendo appena citato la Nepote. Famiglia, università, progettazione, biblioteche Unesco e giovani, pubblica istruzione sono semmai deleghe costantemente a contatto con i bisogni delle famiglie e dei giovani».
Non dica così: Sodano aveva nominato vicesindaco una donna, e a una donna aveva dato le deleghe della cultura e dell’ambiente.
«Cita l’assessora alla cultura che poi mandò a casa per nominare Tonelli, che è uomo, e la Cappellari vice sindaco poi fu sostituita da un vice sindaco uomo, Tommasini, sempre della Lega. Non mi pare che l’esempio abbia funzionato, diciamo».
Lei dunque è soddisfatto del lavoro svolto dai suoi assessori?
«Sì, e anche del fatto che abbiamo dimostrato che ci può essere lealtà e anche amicizia in politica, confrontarsi, lavorare insieme e non passare le giornate a cercare di far le scarpe a qualcuno, che invece fu la vera cifra della giunta Sodano, e nemmeno per colpa sua peraltro».
Quale più e quale meno? Non faccia il reticente.
«Di più, tutti; di meno, del sottoscritto. Facciamo così che io non mi offendo».
Veniamo al Palazzi “politico”. A quale personalità istituzionale si sente più debitore? A Renzi? A Salvini? A Fontana? O a chi?
«Matteo Renzi è stato senza alcun dubbio il politico che da premier ha aiutato concretamente Mantova. L’altro a cui devo essere riconoscente è Draghi: l’accordo sulle risorse per i sottopassi l’ho chiuso col suo Governo. Con Salvini ho personalmente un buon rapporto, l’unica cosa che mi dispiace è che avendo lui scelto di mettere 15 miliardi sul ponte sullo stretto di Messina; fondi serî per altre infrastrutture qui e al nord difficilmente ne avrà. Ma a differenza di altri ministri di questo governo, lui con i sindaci ci parla».
Pensa di avere un futuro nel Pd? Lei si è giocato molto sostenendo Bonaccini contro la Schlein, e molto anche in Regione sostenendo Buvoli contro Carra. Potremmo aggiungere anche la vicenda delle provinciali, quando ha preferito sostenere Borsari, anziché Galeotti, contro Bottani.
«Parto dalla fine, Galeotti non era candidato contro Borsari quindi la ricostruzione non è quella. Peraltro Galeotti l’ho appena nominato nel cda di Tea, a dimostrazione della stima che ho di lui. Per il resto in politica ci sono mediamente tre categorie: quelli che si fingono morti e ogni volta che c’è da decidere non ci sono per poi poter dire che sono con tutti; quelli che fanno una scelta e se perdono o vincono ragionano da amici-nemici e quelli come me, che ci mettono la faccia, argomentano il perché prendono una posizione e se vincono o perdono il giorno dopo danno una mano comunque. Marco Carra ha vinto e non ha trovato in nessuno di noi, men che meno in Buvoli, astio o altro. Lavoriamo insieme e Marco sta ben facendo il suo lavoro in Regione. Ho sostenuto Bonaccini perché come lui condivido l’esperienza di governo e in diversi punti mi ci sono ritrovato, ma con la Schlein ho un rapporto buono, di confronto e non ho problemi a dire che così come ho posizioni diverse su alcuni temi, lei per il Pd sta facendo un lavoro importante».
Tutti se lo chiedono: cosa farà Palazzi quando non sarà più sindaco?
«Quando non sarò più sindaco ve lo dirò. Di sicuro non smetterò di impegnarmi in politica, come e dove lo vedremo. Poi ho alcune idee che sto valutando anche con colleghi sindaci di altre città e farò qualcosa anche qui, perché per Mantova le energie le avrò sempre».
Ultimo capitolo: le amministrative 2026. Perché ha scelto Murari?
«Murari è stato scelto all’unanimita dal Pd e dalla coalizione. Io e Buvoli lo abbiamo proposto perché garantisce di poter continuare e rinnovare ancora il grande lavoro fatto. Murari sarà un bravo sindaco e io sono molto orgoglioso di aver portato in politica e nell’Amministrazione giovani che oggi sono classe dirigente della città. C’è chi parla di rinnovamento e chi lo fa. Io l’ho fatto».
Farà parte del prossimo consiglio o, se vincerà Murari, della prossima giunta?
«Le domande sulle giunte si fanno ai sindaci entranti non a quelli uscenti che non possono rifare i sindaci. E comunque io non chiedo nulla. Murari farà le sue scelte come io ho fatto le mie per le mie due giunte. Sul consiglio comunale vedremo, deciderò più avanti. Per ora posso dire che non lo escludo».









































