Home Cronaca Mantova e il Festivaletteratura visti da Ludovico II Gonzaga

Mantova e il Festivaletteratura visti da Ludovico II Gonzaga

MANTOVA C’è chi, durante Festivaletteratura, si aggira tra piazze e cortili con il badge al collo e chi invece preferisce osservarci dall’alto, incorniciato per sempre negli affreschi di Mantegna. Quest’anno però la curiosità di vedere Mantova “in diretta”, ha convinto Ludovico II Gonzaga a scendere un momento dalla parete della Camera degli Sposi. Si è sistemato la veste, ha dato una carezza a Rubino, il cane fedele che veglia sotto la sedia, e si è infilato tra le vie e tra i lettori, i volontari con le magliette blu e gli scrittori. A noi della Voce di Mantova è toccata la fortuna di incontrarlo per una chiacchierata informale. Il marchese, con la calma di chi ha visto passare papi, imperatori e artisti geniali ma intrattabili, ha accettato di raccontarci cosa pensa della città di oggi e del Festival. Il tono? Lo stesso di cinque secoli fa: diretto, ironico e con quel pizzico di nostalgia che solo un Gonzaga può concedersi.
Come vedi oggi Mantova?
“Mi sembra piena di vita, quasi come quando Pio II venne a farci visita nel 1459 e la città fu un via vai continuo di cardinali, cortigiani e curiosi. E’ come sempre un teatro a cielo aperto con le piazze a fare da palcoscenico. Certo, mi fa impressione vedere più biciclette che cavalli, ma in effetti così la città è più pulita…”
Cosa ne dici del Festivaletteratura?
“Ai miei tempi senza una disputa, una bella discussione pubblica, nessuno si muoveva di casa. Era lo spettacolo dell’epoca. Ecco, forse sarebbe bello inserire dei match letterari o improvvisazioni per scaldare un po’ il pubblico. Unico difetto che vedo nell’idea del Festivaletteratura: gli scrittori passano, fanno la loro parte sul palco e se ne vanno. Da me, quando un artista arrivava a Mantova, lasciava un segno — un affresco, una pala d’altare, un poema dedicato. Qui invece temo che il festival scivoli via senza sedimentare abbastanza nella città e tra i suoi abitanti”.
Preferisci il Duomo o Sant’Andrea?
“Sant’Andrea, senza dubbio: l’ho voluta io, è figlia della mia ambizione e devo dire che i mantovani sembrano confermare il mio parere. Però, se devo essere sincero, il cuore mi porta a San Francesco. È lì che i Gonzaga hanno scelto di riposare per sempre e al cuor non si comanda”.
Com’era Mantegna?
“Un genio, ma anche un bastian contrario di prima categoria. Lento, puntiglioso, spesso arrabbiato col mondo intero. Con lui le discussioni erano infinite e voleva sempre aver ragione ma se con la pazienza ottieni la Camera degli Sposi? Vale la pena di avere un genio al tuo servizio. La stanza è un capolavoro. Io stesso facevo fatica a lavorare lì dentro: era come stare al cinema, ogni volta scoprivi un particolare nuovo, una scena che non avevi mai notato. E pensare che non servivano nemmeno gli occhiali 3D”.
E se vivessi oggi, cosa faresti come lavoro?
“Credo che mi butterei nell’impresa dei servizi. Aiuterei i giovani delle start up: a Mantova vedo troppa energia che rischia di disperdersi. Ai miei tempi la città era un alveare di attività, adesso i portici mi sembrano un po’ vuoti, e non di rado sento il silenzio dove un tempo c’era il rumore dei mercanti e degli artigiani. Certo, i centri commerciali hanno assediato Mantova in un modo che nemmeno il nostro serraglio, la cinta difensiva a protezione della città, riusciva a fare: una barriera di offerte e parcheggi, che vale più di tante torri e bastioni”.
E il clima di Mantova?
“A me è sempre piaciuto. Le stagioni erano riconoscibili, e chi si lamentava del caldo come Pio II non capiva che la vita è fatta di contrasti: senza afa non si apprezza la brezza, senza inverno non c’è gioia nella primavera. Mantova, col suo cielo che sa essere malinconico e splendente insieme, rimane un teatro naturale per ogni emozione”.
Cosa pensi dei mantovani?
“Gente seria, con la testa sulle spalle. Non fanno troppo rumore, ma quando serve sanno sorprendere. E poi, lo dico con orgoglio, i mantovani sono fan di noi Gonzaga da sempre. Ogni volta che sento una guida turistica raccontare di me e della mia famiglia nella Camera degli Sposi mi commuovo: è come se la mia storia, la nostra storia, continuasse a respirare insieme alla città”.
A questo punto, mentre stavo per porre un’ultima domanda, Rubino — il fedele cane del marchese — ha cominciato ad abbaiare da sotto la sedia, intimando al padrone di tornare al suo posto. Barbara di Brandeburgo, più serena, ha accolto il marito di nuovo al suo fianco sulla parete dipinta. Intanto, la mela che il putto tiene in mano al centro della volta non è ancora caduta: segno che il tempo, nella Camera degli Sposi e a Mantova, resta sospeso. Noi invece ci ritroveremo al prossimo Festival, con la solita frase da mantovani: “L’anno scorso mi sembra ci fosse più gente.”

Giacomo Cecchin