Mentre le luci delle giostre inondano piazze e piazzali di paesi e borghi, e i suoni delle canzoni che accompagnano i giri, con l’invito a salire, risuonano fino ai tetti, ecco che c’è una parola, quasi una parola magica, che richiama e risuona nella memoria e nella nostalgia dell’allora giovane cronista che si avvicinava alla penna e al taccuino: sagra. Sagra, sagra delle mie brame chi è la più sagra del reame?
E una delle mie prime sagre da cronista fu la Sagra dal Nedar di San Benedetto Po, se non vado errato e se la memoria non mi inganna (perché poi deve ingannarti la memoria, semmai ti lascia per strada o ti confonde, devo capire perché attribuiamo alla memoria pure la truffa) era una domenica, la prima di ottobre, il 3 ottobre 1982. Salvo complicazioni mnestiche. Eravamo in un grade ristorante in riva al Po, c’era la redazione quasi intera, tutte le facce e le biro del giornale, senza macchina per scrivere, perché ovviamente non ti potevi portare dei modelli di macchina che non stavano nemmeno in una valigia, mica come adesso che ti porti ipad e e mini pc che ti stanno in tasca o addirittura sul polso. Sagra. Senti che musica. Sagra dal nèdar, senti che musica e senti che programma. Poi naturalmente in giro per la provincia c’era e ci sono la sagra dal macarun, la sagra di turtei, c’è anche la sagra dal pit, del tacchino, che ha una sua rinomanza. Pit o nèdar, altrove purclin o galèl (porcellino o galletto) basta che sia sagra. Si tratta naturalmente di appuntamenti che evocano eventi cucinari e gastronomici ma partono da una visione -direi- agro-silvo-arcadico-pastorale della corte, e della piazza che diventa corte, nella quale ci sta la celebrazione dell’animale, nella sua piena titolarità di personaggio bipede o quadrupede del mondo agricolo e zootecnico. Quel giorno, a San Benedetto Po, mi ritrovai in un tavolo di rilievo tra colleghi e amici: il mitico e saggio Oscar Piva, corrispondente dalla città del Polirone, Carlo Accorsi, indimenticato capocronista della Gazzetta e accanto il sindaco architetto Giancarlo Pavesi. Mi sembrava di rivivere i tempi della scoperta del valore della campagna e del cortile. Il mondo della corte di campagna è unico. Avete mai avuto un incontro ravvicinato con un tacchino? Siete mai stati rincorsi da un nèdar mot? Ecco, io sì. C’era un momento nella corte di campagna in cui erano tutti liberi, gli animali intendo. E si mescolavano. Erano i momenti in cui la nonna doveva farli trasferire dal pollaio al cortile aperto, oppure quando avevano la libera uscita. Così decine di galline, decine di faraone, pulcini e anatroccoli, galli e gallinone possenti si sparpagliavano tra l’aia e gli stradelli accanto facendo questa e tutto diventava un gran pollaio. Le anatre stavano per conto loro, come si radunassero, un po’ nobili un po’ schizzinose, per una passeggiata separata. I due o tre tacchini, maestosi e, a mio avviso di bambino, pure un po’ minacciosi zampettavano con regale circospezione e al mio passaggio ravvicinato accennavano ad una leggera accelerazione per venirti incontro. Per salutarti o per beccarti? Questo era il dilemma. Quando la vicinanza era a distanza di collo e di becco spesso era già tardi per capire se volessero dare un’occhiata dal bimbo oppure beccare la manina. Ma l’anatra no, l’anatra la potevi evitare benissimo, zampettava più lenta e anche dall’andatura un po’ anchilosata e avevi tutto il tempo di scappare verso casa, verso la cantina, verso la nonna. Eppure, anche lo sguardo dell’anatra mi faceva un po’ paura. Così scattoso, così imprevedibile.
Nel silenzio della corte si innalzavano improvvisamente e mischiati i versi dei vari passanti in pattuglia: il “, co-cò. co-cò” delle galline più anziane veniva regolarmente coperto dal verso stridulo della faraona femmina, le più, “go-gra, go-gra, go-gra”, mentre la faraona maschio, il faraone, emette solo un “chat-chat”. Il tutto poi ricoperto dall’anatra parlante che si avvicina e fa “qua-qua”a, più complicato sentire il verso dell’anatra muta perché pare un verso aspirato come di un gatto che si allarma davanti a un pericolo: “hhh!”Tutto questo mondo di becchi e di rumori, di colori e di versi mi riempiva il cuore e la mente in quel debutto in società del 1982, nella società delle sagre da vivere e da raccontare, che mi sembrava già allora un bel privilegio e una bella responsabilità di cronista. Perché la sagra è la festa sincera del paese, è il raduno di popolazioni e tradizioni, è il riconoscersi in un ceppo e in un cippo, davanti a un monumento o ad una chiesa, nel ricordo di un patrono santo o santificato, una festa di quelle feste che senti dentro prima che nasci, quasi, e che ti dispiace veder andar via. E poi in quel clima, sotto l’argine del Po con i maestri del racconto, perché lì -se non ricordo male- vennero tanti scrittori e giornalisti della Bassa che hanno raccontato tutte le pieghe storiche e geografiche delle nostre terre, i loro personaggi, i loro protagonisti e pure le comparse, le comparse che fanno storia da noi come i protagonisti. Non avete l’idea dell’orgoglio e della soddisfazione di essere capitato da quella parte del tavolo, dalla parte di chi aveva esperienza da vendere, dalla parte dei maestri che non vedevano l’ora di trasmettere qualcosa ad un allievo, perché la roda la gira.
Si fa presto a dire, nèdar, si fa presto a dire sagra. Metti insieme queste due parole e ti gira un mondo attorno. Come il mondo della corte. Provate a immaginare cosa vuol dire salutare la corte in cui sei nato. Non c’era altro da desiderare che spalare il frumento appena trebbiato e coprirlo con i teloni, in fondo bucati. Sentivi il cuore di tutti nelle lunghe sere d’estate col profumo del latte bollito e i grilli impegnati nel festival di note infinite nel cielo. Non diventava mai buio su quella corte della vita, dominata da una casa che mi sembrava un castello. Il nonno sull’ uscio raccontava storie di guerra e invocava già allora più certe previsioni del tempo, per raccogliere il fieno, domani. In lontananza il tintinnio delle catene di stalla e una vacca che urlava il suo forte e tenero muggito materno.
Avevo paura di un gallo rossiccio e maestoso e la zia, senza sposo, curva nell’orto a raccogliere erbaccia e qualche seme di pietà. Gli occhi grandi della nonna col grembiule mi scrutavano oltre la siepe, mentre dalla camera d’ angolo gracchiava una vecchia tivù, che nessuno guardava più. Piccolo, al bordo del tavolo, vedevo i grandi parlare da grandi: appena tornati dai campi, le canottiere imbigite dalla polvere, le braccia segnate dalle botole ribelli. Nelle orecchie il tro-tro del trattore, ora immobile nella culla del portico. “Domani le bietole…”, sentivo annunciare, come in una laica preghiera rurale. E una solitaria gallina sulla porta cercava il chicco di grano disperso. Corte.









































