La musica afferra il mito, lo avvolge come un nastro narrativo, ne dispiega la fitta trama di non detti, le intime allusioni; ne squarta la tela per distillarne il dramma e poi ricomporlo. La tela sottile di Shirin Neshat – un’arte ostinata e preziosa la sua, a tenere insieme frammenti dolorosi di vita, a cercare risposte nelle ombre, da sempre, di un teatro fatto per turbare – è filigrana perfetta per questo raro Orfeo ed Euridice di Gluck, calato dal Teatro Regio di Parma come un asso in occasione dell’apertura della Stagione Lirica 2026. Nelle scene di Helke Vollmer, esaltate dai costumi di Katharina Schlipf, il mito svapora nella quotidianità disadorna di una coppia sorpresa nell’intimità della propria stanza da letto, nel grigiore delle poche cose che la abitano. Lì, un uomo e una donna consumano il loro distacco. Di spalle, fintamente addormentati, mangiati da un dolore vissuto in solitaria. I loro occhi non si cercano e, se lo fanno, non si incontrano. Mentre lui si veste allo specchio – d’altronde, è il doppio, l’immagine riflessa, il filo rosso di questa lettura – lei lo raggiunge alle spalle in un abbraccio disperato: un estremo, vano tentativo di trattenerlo. Ma lui non risponde; è lì e insieme altrove, prigioniero, a sua volta, della sua muta sofferenza. Nella desolazione di quella stanza ora deserta, la donna si affaccia alla finestra e, dalla nebbia che avvolge lo spazio esterno – il bianco e nero, scelta poetica, prima ancora che estetica – affiora un ragazzino. Sembra avvicinarsi ma, poco dopo, viene di nuovo inghiottito dalla densa foschia della separazione. Eccola, la chiave. Il lutto come antefatto taciuto eppure onnipresente, nel denso vuoto di parole che riempie quegli spazi color pece. La donna, disperata, apre la finestra e, in un attimo, asseconda la tentazione del precipizio. Una caduta lenta, infinita, verso il fondo nero che la chiama. È questo, l’Ade. Ed è qui che la proiezione cede il posto alla realtà scenica; è qui che il film muto si fa canto. Il regno dei morti ha l’umano colore della perdita, della frattura. Qui l’Orfeo figurante trova, nel suo doppio, la voce plastica e duttilissima di Carlo Vistoli, una trama di oro chiaro a scolpire gli accenti più accorati del suo strazio, insieme umano e divino. In buca, d’altronde, a plasmare come cera, tra pathos e olimpica levigatezza, una scrittura tanto aristocratica quanto doppiamente scivolosa – di qui, lo zucchero enfatico di una compiaciuta eleganza, di là, l’asciutta affettazione della maniera – tenendo il binario di un racconto sobrio e dolente, respirato, parlante, nella vaporosa strumentalità che Gluck ordisce sul testo di Calzabigi, c’è Fabio Biondi. Sotto la sua direzione, la Filarmonica Toscanini è una trina di pregiata fattura: carnale senza eccessi nel corpo degli archi, sbalzata nelle voci interne, simboliche, insinuanti, dei fiati, chiamati in rilievo come anime a loro volta affioranti dalla fitta bruma, mercuriale ed evocativa quanto basta per assecondare ogni piega del testo e trafiggere ogni spettatore dalla prima fila della platea fino all’ultimo strapuntino in loggione. Ne esce un racconto di sangue e di ombre, di corpi e di aria, che scorre in spazi chiusi. Stanze spoglie, già invase dalla tinta della morte a cui le lame di luce che arrivano da porte socchiuse, ad alludere a presenze liminari, alla vita che è lì, ad un soffio, ad un passo, non fa che accentuare il senso di impotenza. Il magnifico coro preparato da Martino Faggiani accoglie Orfeo negli Inferi, dall’alto di tribune circolari da cui si affaccia, è presenza partecipe, non giudicante: una sola moltitudine chiamata a contrappuntare, come nel miglior teatro greco, il tentativo di rammendare il filo tra vita e morte, di conoscere l’inconoscibile, ma soprattutto di sfidare le umane ragioni del cuore. Orfeo deve morire dentro per recuperare dalla morte l’amata, per ricondurla fuori dalle tenebre, a riveder le stelle. Ma Orfeo è carne, il suo cuore pulsa. Alle accuse accorate d’Euridice, una appassionata, sanguigna Francesca Pia Vitale, capace di autentiche trafitture emotive, quando ormai sembra quasi fatta, cede e rompe l’incanto. La porta dell’Averno si chiude per sempre. A chi rimane, qui, le ali di Amore, interpretato dalla brava Theodora Raftis, a consolazione effimera. La musica commuove gli dei ma non annulla la morte, non cancella la perdita. Si esce dalla sala chiedendoci dove abbiano sede gli Inferi. Se laggiù, nel nero più nero, o quassù, nel deserto di una stanza in cui domande senza più risposta si infrangono contro pareti sorde. E in questo specchio, così spoglio, così privo di alibi, è impossibile non riconoscersi.
Elide Bergamaschi








































