CASTEL D’ARIO – Un enorme prato verde si estende dal marciapiede quasi fino al castello dalla sagoma imponente e con la torre poderosa smozzicata. Nella luce rarefatta dell’estate, l’antichissima fortificazione di Castel d’Ario rimane sulla pelle come una marchiatura a caldo. Sotto il sole delle tre tutto sembra più maligno. Il castello della capitale mantovana del risotto, che ha dato i natali al più grande pilota di tutti i tempi, Tazio Nuvolari, ha una storia piuttosto ricca. Una delle prime notizie certe relative all’esistenza delle fortificazioni casteldariesi risale al 1273, quando i Bonacolsi acquisirono la struttura dai veronesi Turrisendi, un’antica e nobile famiglia che, ancora prima del Mille e almeno fino alla fine del XIII secolo, ebbe un ruolo rilevante nelle vicende di Verona e Trento, ma anche del Mantovano e di Castel d’Ario. Il complesso di Castel d’Ario, infatti, è parte, fino al XIII secolo, del sistema di difesa del confine veronese. Si tratta di un castello pensato come ricovero, funzionale al deposito dei prodotti agricoli e al rifugio in caso di necessità. L’attuale struttura, realizzata molto probabilmente a partire dal XII secolo, si compone di due fortificazioni distinte: la rocca e il castello. La parte più antica sorge in corrispondenza del mastio, che costituiva la parte centrale dell’originaria rocca, mentre, come ampliamento di questa struttura, si realizza, nella seconda metà del XIII secolo, il recinto con le quattro torri perimetrali. Tra il 1357 e il 1377 si porta a compimento il palazzo pretorio: tutto il piano nobile viene decorato con gli stemmi degli Scaligeri, i signori di Verona che l’avevano in pegno in quel ventennio. Gli affreschi del palazzo pretorio decorano tre pareti del salone, esteso quanto la planimetria del palazzo stesso. Compongono tre fasce orizzontali di riquadri, sottolineati da cornici e contenenti, nella fascia superiore, due tipologie di stemmi scaligeri: quello raffigurante il cimiero sovrastato dal cane alato e quello con la scala a cinque pioli con ai lati due mastini rampanti incoronati. Nelle due fasce sottostanti, la decorazione è geometrica, con quadrati marmorizzati disposti regolarmente o a losanga. Fino alla metà del Settecento, la torre della rocca era affiancata da una torre laterale ad angolo retto ed era circondata da un muro di cinta merlato con fossato, da un terrapieno e da un ponte levatoio verso l’interno del palazzo. Lavori di restauro portarono alla luce i resti di alcuni scheletri attribuiti sia alla famiglia Pico della Mirandola sia alla famiglia Bonacolsi, lasciati morire di fame nel fondo della torre che fu denominata successivamente della “Fame”. Il castello fu prigione anche per un Gonzaga, Evangelista, figlio naturale di Carlo, fratello di Ludovico, che aveva mire sgradite ai parenti. Dopo il 1810, nel castello rimasero le carceri, che ospitavano per poche ore solo detenuti di passaggio, diretti o provenienti dalle prigioni dei dintorni, sorvegliati dal cursore comunale, che abitava di diritto nel castello, nei locali prima occupati dai gendarmi.

































