di Mario Pinotti (professore universitario, non vedente)
Allo stadio Manuzzi
E’ accogliente lo stadio Manuzzi: è la prima volta che ci metto piede. Una prima volta è anche per mia moglie, mai stata allo stadio, mai seguito il calcio. Ma ha voluto farmi un regalo: si è imparata a memoria i nomi dei calciatori e anche i numeri, si è guardata qualche spezzone delle partite precedenti. Tutto qui. Mi farà la cronaca come può, il resto lo capirò come Dio vuole, dai clamori degli spettatori. Ho voluto esserci. A Cesena da Bologna si arriva subito.
E’ accogliente il Manuzzi. Ci mettono tra i cesenati in un settore destinato ai disabili, ma di disabile ci sono solo io ed un ragazzino down che sventola un bandierone del Mantova. Siamo isolati dagli altri mantovani, ma vicino a noi sono tutti cortesi. Fa caldo, ma siamo all’ombra: non ce l’aspettavamo. L’attesa è scandita da canzoni, un po’ assordanti, ma piene di ritmo. Non c’è pubblicità: mi piace! Finalmente si parte. Mia moglie comincia a parlare, i numeri son difficili da vedere e poi son partiti forte: scontri ruvidi, cadute, ma la partita incalza. Si arriva d’un soffio alla pausa rinfrescante e mia moglie si è ormai fatta contagiare dal clima: il tifo l’ha inghiottita: urla, impreca e si dimentica di raccontarmi la partita. Si è ripreso a giocare; il Mantova spinge ed ecco: “il 27 passa al 19, sveltissimo, dai! Uah!” e poi mi abbraccia e io so che devo gridare e urlo con lei in mezzo ai cesenati. “Chi è stato?” urlo eccitato: “Non lo so, non lo so!”, grida lei ma ci pensa lo speaker a rispondermi. Ruocco, Ruocco, sempre lui!! Io sono contento, mia moglie è felice. Io, vecchio tifoso, so che si deve essere felici solo al fischio finale. Ed ho subito paura che l’incantesimo si infranga. Durante l’intervallo mia moglie avvicina il ragazzino down e si fa prestare sciarpa e cappellino biancorossi e mi barda per fotografarmi. E’ una pioggia di invii a tutti i bolognesi che sanno che siamo qui, al Manuzzi. Fino a ieri ignoravano chi fosse il Mantova! Stasera guarderò le risposte, ma ora si riparte, le squadre iniziano il secondo tempo. Ed ora comincia la sofferenza: due sospironi di sollievo fino all’ultima sosta, ma poi non riusciamo a tener più palla. C’è l’assedio, c’è il pareggio di Spendi. Ora lo stadio è una bolgia: i cesenati vogliono la vittoria, credono nella vittoria. Mia moglie continua a ripetere l’assedio: deviazioni, il 41 intercetta, la palla va fuori! Ma la palla è sempre tra i piedi dei bianconeri: il 15, il 24, il 7: sembra che la palla non si s
colli mai dai loro piedi. “Para Bardi, palla alta, cross velenoso”, ma io sono sintonizzato solo sulle urla cesenati. Le loro bestemmie mi rincuorano, mi vanno bene i loro insulti: vuol dire che il Mantova tiene. Ma quanto durano sei minuti? Finalmente però l’arbitro dice basta e io mi sento buono. Riconosco al mio vicino esagitato che il pareggio è giusto e lui mi allunga la mano e riconosce che il Mantova di quest’anno è più forte dello scorso anno. Ed io ci credo e bacio mia moglie che mi dice: “Non pensavo fosse così emozionante! e alla prossima dove andremo?”






























