Home Cronaca L’intervista a Buvoli: “Il segreto del buongoverno? Trovare i soldi”

L’intervista a Buvoli: “Il segreto del buongoverno? Trovare i soldi”

MANTOVA – Buvoli, lei festeggia in quest’anno i suoi 30 anni di vita amministrativa. Cos’è cambiato dal 1996 a oggi?

«Ho esordito nello scenario amministrativo nel 1996 col ruolo di consigliere comunale di maggioranza nel primo mandato di Burchiellaro, e sono stato eletto anche nel suo secondo mandato dal 2000 al 2005. Poi, sempre come consigliere di maggioranza, sono stato eletto nel mandato di Fiorenza Brioni dal 2005 al 2015. Ho fatto anche l’esperienza di consigliere di minoranza nell’amministrazione di Sodano. Quindi in questo primo ventennio dove sono stato “in trincea” nell’aula consiliare: fra maggioranza e opposizione ho avuto modo di sviluppare questo “volontariato politico”. Dal 2015, con Mattia Palazzi, sono stato vicesindaco e ho provato l’esperienza dell’esecutivo. Devo dire che ho vissuto i tempi dell’epoca Burchiellaro in cui per le amministrazioni comunali c’erano più risorse finanziare; dopodiché ho vissuto gli anni del patto di stabilità che ha limitato le risorse a disposizione dei Comuni. In particolare, nei 5 anni di opposizione ho portato avanti le mie battaglie come capogruppo Pd, ed è stata comunque un’esperienza diversa, ma in un certo senso più coinvolgente: senza avere responsabilità di governo devi comunque condurre le tue battaglie in modo più energico. Tutte esperienze formative».

Insomma, proprio quelle esperienze che mancano ai nuovi politici, che talvolta partono già da sindaci o da assessori.

«Condivido. Diciamo che credo sia più utile e formativo per chi ha ambizione di impegnarsi in politica partire dal ruolo di consigliere comunale, che dà la possibilità di vedere tutto il ventaglio dell’organizzazione del governo e dell’amministrazione attiva. Questo ti fa crescere e ti dà una maggiore competenza e equilibrio per ruoli decisionali a livello di giunta o di capo del governo cittadino. L’esempio di Zancuoghi, che partirebbe da zero, è paradigmatico. Per chi abbia ambizioni di governo è importante una palestra formativa che parta dal consiglio comunale, senza la quale si rischia di non essere equilibrati e competenti nella gestione della cosa pubblica, e soprattutto della macchina amministrativa. Fra l’altro, sia detto, oggi è ben più difficile diventare consiglieri comunali che parlamentari».

Ma politicamente? Cosa è cambiato in questi trent’anni specie a Mantova?

«Credo che questa mia esperienza trentennale a Mantova abbia registrato un centrosinistra abbastanza radicato che ha saputo governare, ma che ha anche commesso errori dettati dall’alta litigiosità a livello di partito. Questo ha portato anche alla sconfitta elettorale del 2010. Da questi errori però si è imparato, non solo nel Pd, ma nel centrosinistra in generale, a costruire una coalizione che ha un obiettivo di costruzione e di un futuro possibile per la comunità come obiettivo prioritario. Anche le varie sfaccettature vengono affrontate e risolte senza clamori, trovando sempre una sintesi per arrivare agli obiettivi. C’è stata una maturazione importante nel mio schieramento come mossa di successo che ha coinvolto anche le civiche che vi hanno aderito. Penso alla Lista Gialla, per esempio».

Merito di Mattia Palazzi?

«Sicuramente il ruolo di Palazzi di dimostrare questa coesione e unità di intenti è stata importantissima: Mattia è stato non solo il sindaco, ma anche il leader di tutta la coalizione, dagli assessori ai consiglieri e ai partiti, mantenendo il timone della nave, assieme a un’amministrazione che ha fatto dell’ascolto delle esigenze dei cittadini il proprio faro. La nostra giunta si è caratterizzata per coesione e velocità decisionale». Meglio Mattia Palazzi o Gianfranco Burchiellaro? «Non si possono fare paragoni rispetto a due periodi storici e situazioni completamente differenti. Sono però stati due bravissimi sindaci molto operativi. Di Palazzi posso dire che, rispetto ai tempi di Burchiellaro, oggi le risorse sono molto più difficili da reperire, e Palazzi, che considero “stratosferico”, grazie alla sua tenacia è riuscito a portare nel nostro bilancio risorse da fuori, senza usare i soldi dei mantovani, come mai era successo negli ultimi trent’anni. Stiamo parlando di 320 milioni in opere pubbliche, di cui 210 reperiti fuori bilancio. Dico oltre 30 milioni annui, mentre prima, ai tempi degli altri sindaci, solo 3 o 4. Questo è il plus di Palazzi».

Merito di Palazzi o di Adriana Nepote?

«Le relazioni, i contatti e l’input sono targati “Palazzi”. Poi l’intelligenza del sindaco è stata anche quella di creare un assessorato dedicato ai bandi che ha agevolato l’arrivo di queste risorse».

Come vede in questo quadro il centrodestra?

«Non vorrei addentrarmi in questioni che non conosco a fondo. In questi anni, specie quando ha governato, ho visto un centrodestra molto litigioso con esiti fallimentari sul piano operativo, e continuo a vederlo abbastanza diviso, ma unito solo nel contrastare le operazioni del centrosinistra, senza fini propositivi».

In questi trent’anni, e non solo di recente, ha pensato di essere lei il candidato sindaco?

«Sì il mio nome è girato spesso… Ho pensato che potesse essere una delle opzioni, ma non per mia presunzione o ambizione. Piuttosto perché il sentore che avevo allora intorno a me e nel partito, o nei cittadini stessi, era che la mia esperienza amministrativa, in un settore delicato come il bilancio, facesse sì che il mio nome fosse spendibile per il ruolo di primo cittadino».

E perché ha rinunciato?

«Non c’è stata una rinuncia. Abbiamo sempre ragionato come squadra e mai come singoli. Sia io che Andrea Murari abbiamo fatto parte dell’amministrazione Palazzi in modo fattivo e sempre coinvolti in tutte le decisioni, e credo avessimo noi due, ma non solo noi, i numeri per poterci candidare a sindaci. Credo però che la figura di Andrea sia indubbiamente quella che incarna meglio il progetto futuro di questa città che in questi dieci anni abbiamo contribuito a costruire: è giovane, intelligente, capisce la politica, è veloce nel ragionamento e nel fare sintesi, e ha una visione della città che condivido totalmente. Per me essere al suo fianco sarà sicuramente un’ulteriore esperienza di accrescimento, se saremo chiamati a governare la città. Del resto Andrea in dieci anni ha gestito con competenza e serietà partite e deleghe molto importanti come urbanistica, ambiente e la rigenerazione dei quartieri».

Quindi è già deciso che sarà lei il suo vice?

«No, ho solo detto, come mi ha chiesto lui pubblicamente, di essere nella sua squadra, e io altrettanto pubblicamente ho detto sì. Con che ruolo lo si deciderà quando sarà il momento».

Si è lasciato indietro qualcosa di irrisolto in questi dieci anni?

«Abbiamo un’idea di città che prevede ancóra cose da fare. La mole di interventi fatti, non solo come opere pubbliche, ma anche come progetti e rigenerazione economica di aree (vedi Valdaro), come creazione di ricchezza e posti di lavoro, come politiche abitative di residenzialità, che ci hanno permesso dopo trent’anni di superare i 50mila abitanti, o come politiche di welfare, o pure come redistribuzione del carico fiscale per alleggerire le fasce più deboli… cose che già a fine 2024 ci assicuravano l’86% dei progetti inseriti nel nostro programma elettorale come realizzati, beh, mi fa dire che abbiamo sostanzialmente fatto ciò che avevamo previsto. Sul solo welfare abbiamo investito in dieci anni 125 milioni; sull’istruzione 77. Questi sono i numeri».