MANTOVA – Non passavo da anni, forse da decenni, da Galleria San Maurizio e da Galleria Mortara, zona piazza 80° Fanteria a Mantova, luoghi di frequentazione quasi quotidiana nei primi anni Ottanta. Uffici amministrativi del giornale, librerie, agenzie di viaggio. Noto con malcelato stupore che molte vetrine sono cambiate, alcune abbandonate. Ci sta, la vita cambia le persone e anche le città. Ricordo spesso a chi mi dice è Bologna non è più la stessa che bisognerebbe fare la stessa domanda anche su di noi. “Perché te sei lo stesso?” Però un po’ di spirito alla Renato Bonaglia tipo voltarsi indietro per andare avanti a volte conforta. C’è una agenzia di assicurazione all’angolo al posto dell’agenzia di viaggio e turismo che in quegli anni là era gestita da Gianni Lui, politico di lungo corso, già vicesindaco di Mantova e poi presidente dell’Unità socio sanitaria locale, Ussl, allora si chiamava così, preistoria anche delle denominazioni. Poco più avanti verso piazza Cavallotti rifatta e molto bella, certo più bella di prima, resiste il panificio da cui escono anche per sublimazione i profumi di pane e schiacciatina, di paste e sbrisolona. Scomparsa la libreria, ora tutto vuoto, e molta polvere oltre i vetri. Da un androne del condominio si sentono voci rarefatte e un po’ rimbombate dall’eco nel vuoto in cui galleggia qualche vocabolo che rievoca l’estate finita: mare, barca, Viareggio, Palinuro. Geografia della memoria. L’ingresso dell’albergo, poi la farmacia d’angolo, in mezzo la vetrina dell’Infopoint. Mh, un Infopoint! Chissà cosa c’era lì prima? Tre o quattro persone dentro. Il cartello è invitante: per turisti e mantovani per muoversi meglio a Mantova. Gli orari sono quelli canonici: dal lunedì al venerdì tutta giornata con orario spezzato, e al sabato aperto solo il mattino. Domenica chiuso. Mh. Verrebbe una domanda. Ma di domenica e festivi non ci sono turisti o mantovani che avrebbero bisogno di chiedere qualcosa? Il problema degli orari della vita è una sfida permanente. Nonostante le esperienze fatte anche con la drammatica pandemia che ci ha insegnato o costretto a lavorare e studiare da remoto per scombinare orari e fenomeni pendolari, siamo ancora schiavi di certi orari. Prometto che la finisco con le rime baciate. Ci sono certe industrie e certe aziende di produzione e di servizio che sono oggettivamente legate a schemi orari rigidi. Ma ci possono essere tanti altri settori e servizi che possono provare a scombussolare gli orari in favore una una maggiore liberalizzazione delle menti prima ancora che dei cartelli. Orari da cambiare. L’emergenza pandemia, anche quella ormai preistoria, ci aveva costretto a molti cambiamenti di vita. Ad esempio avevamo imparato a cambiare orari ed abitudini orarie nella vita privata come in quella che può rimanere di vita sociale e, diciamo, pubblica. Gli orari di spostamento collettivo tuttavia potevano e dovevano essere cambiati anche prima della pandemia per evitare gli intasamenti da traffico che provocano smog. Scaglionare gli orari della vita collettiva tra scuole e lavoro sarebbe stato un progetto importante già negli anni di apertura del Millennio, quando il cambio di secolo e di millennio appunto ci aveva fatto studiare e progettare nuovi sistemi di lavoro e di vita: dal telelavoro alla mobilità delle idee e dei progetti con la dminuzione della mobilità pendolare quotidiana delle persone e soprattutto delle automobili. Siamo troppi ancora troppi in poche ore della giornate tutti nello stesso posto, in treno come in autostrada, in tangenziale e davanti alle scuole come davanti ai cancelli delle fabbriche e degli uffici. Che fine ha fatto l’esperienza del lavoro agile da casa? E’ rimasto per alcune fasce un giorno a settimana. Ma in generale abbiamo recuperato la mobilità smodata e a volte ingiustificata del Novecento da boomer. In città grandi e più piccole, tutto in scala, rimangono i problemi di concentrazione di persone per fare le stesse cose nello stesso arco di tempo. Da qui l’esigenza di una svolta degli orari della nostra vita. Chi l’ha detto che dovevamo entrare a scuola tra le 7:50 e le 8 e 30 tutti e ovunque, ci sarà una differenza tra Bolzano e Agrigento? Chi l’ha detto che dobbiamo entrare in ufficio tutti tra le 7 e 50 e le 8 e 40 ci sarà un differenza tra Siena e Lecce, tra Merano e Lanciano? Chi l’ha detto che tutti i negozi di tutti gli articoli possibili devo essere aperti tutti dalle 9 alle 20 o alle 21, o con pausa chiusura 12:30 15:00? Ci possono essere diversificazioni di orari per merce e per zona. Chi l’ha detto che comprare un quaderno è la stessa cosa che comprare un etto di prosciutto? Non c’è dubbio che la massificazione degli orari di lavoro di scuola e di tempo libero è un portato degli anni Sessanta e Settanta, di quando siamo passati dal boom economico alla crisi petrolifera e alla successiva rinascita sociale. Poi sono arrivati i nuovi riti dall’estero e da chissà quali innovazioni di costume ed ecco la moda dell’aperitivo che in Italia e in Occidente ha sconvolto e rivoltato le abitudini e le scadenze di milioni e milioni di persone, giovani giovanissime e non più giovani. L’aperitivo tra le 17.30 e le 20 ha fatto da spartiacque delle semi-vecchie attitudini e abitudini giornaliere milanesi e romane, veneziane e napoletane, e di tante altre località, comprese naturalmente quelle di vacanza dove l’aperitivo può cominciare alle 11 del mattino e finire quasi dopo cena. Ricordo che a Berna, capitale federale della Svizzera, c’è l’abitudine di pranzare attorno alle 11.30 12.30 e cenare alle 17.30 18.30. Questione di abitudini, appunto. A Valencia, Spagna, invece si fa colazione alle 11 e ceni alle 22. Prima delle 10 difficile vedere una vetrina aperta. Mondo che vai, orari che trovi. Da noi? Dipende. A Bellagio un po’ come a Berna, a Gallipoli un po’ come a Valencia. I nuovi orari dovrebbero essere una scelta anche per tante amministrazioni pubbliche e uffici pubblici, ma anche per tanti uffici privati e servizi alla persona o alla collettività: bisognerebbe uscire dal vecchio schema 8-12, 14-18 e pensare che il mondo gira dalle 6 alle 23, almeno. O acca-ventiquattro. Allargare lo sguardo sull’orizzonte sul tempo liberato significa allungare e allargare l’arco orario delle possibilità di fruizione di servizi e interscambio di beni e merci. La modernità passa da piccole rivoluzioni e grandi intuizioni. E viceversa.
































