Cristiano De Andrè emoziona il PalaUnical con i capolavori del padre

MANTOVA E’ valsa la pena attendere. Il concerto di Cristiano De Andrè all’Esedra, rinviato per pioggia lo scorso 1 settembre, è stato recuperato domenica sera al teatro PalaUnical. E chi c’era, si è lasciato prendere da suggestioni ed emozioni che solo la musica riesce a regalare in maniera così intensa e potente. Cristiano, supportato da un’eccellente band, ha portato in scena il repertorio di suo padre Fabrizio. Trent’anni di storia e di storie, la poesia e la cultura, l’intelligenza e l’acume di una figura chiave del cantautorato italiano. Sempre schierato dalla parte degli ultimi, con una coerenza umana e artistica ormai sconosciuta nel panorama musicale odierno. Così lo ha voluto ricordare sul palco lo stesso Cristiano, al primo concerto mantovano della sua carriera. Il tributo, carico di affetto e rispetto, si è aperto con due brani in genovese tratti da Le nuvole, album del 1990: Mégu Mégun, lamento di un malato immaginario contro il suo medico; e ‘A Cìmma, sublime racconto della preparazione di un piatto tipico ligure con rituali e tradizioni annesse. Pubblico attento e partecipe fin dalle prime note, mentre Cristiano mostra le sue doti da polistrumentista suonando ora la chitarra, ora il bouzouki, ora il pianoforte, ora il violino elettrico. Su Don Raffaè viene naturale battere le mani a ritmo di tarantella, mentre è quasi religioso il silenzio durante Verranno a chiederti del nostro amore, il brano cui De Andrè jr. è maggiormente legato. Benchè canti ormai da 40 anni, impressiona sempre la somiglianza della timbrica con quella del padre, specialmente nelle note basse. Gli arrangiamenti dei brani più datati sono tutti rivisti, arricchiti con gusto senza mai tradirne lo spirito originale. Cristiano è anche debitore della Pfm: Bocca di rosa, Amico fragile, La canzone di Marinella ed altre sono rivestite delle stesse sonorità della celebre tournée del ’79. Ma non perdono un briciolo della loro autenticità. Quasi tutti gli album di Faber vengono rappresentati da uno o più canzoni: da La buona novella (con l’insuperabile Testamento di Tito) a Non al denaro non all’amore né al cielo (applauditissime La collinaUn giudice), dal controverso Storia di un impiegatoRimini L’indiano, fino all’ultimo capolavoro Anime salve uscito nel ’96, tre anni prima della morte. Gustosi gli aneddoti regalati da Cristiano su Fabrizio: il loro rapporto tormentato; la difficoltà di un ragazzo, figlio di cotanto genio, nel trovare la propria strada e sentirsi artisticamente apprezzato dal padre; l’impagabile soddisfazione di ricevere una sorta di testimone, quando Fabrizio gli affida gli arrangiamenti dei suoi brani da suonare e cantare insieme nell’ultimo tour (“è stato il momento più bello”, ha ricordato commosso Cristiano). Unica pecca della serata, a parere di chi scrive, il pistolotto anti-israeliano e anti-americano con tanto di esibizione della bandiera palestinese: un rituale ormai consolidato di ogni concerto e di ogni artista, che speravamo ci venisse risparmiato almeno in questa occasione. Ma tant’è. Per fortuna c’è il bis: non può mancare la splendida Creuza de ma; e nemmeno Il pescatore. Applausi scroscianti dal pubblico, ormai riversatosi ai piedi del palco. Cristiano e la band ringraziano, sorridenti e visibilmente soddisfatti dell’accoglienza ricevuta. C’è ancora spazio per una gemma, eseguita al pianoforte: Canzone dell’amore perduto. “Non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”. Sipario e standing ovation. Per Cristiano, per Fabrizio.

Gabriele Ghisi