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Addio a Umberto Bossi. Il ricordo del Senatur nella sua “Mantova capitale del Nord”

Da sinistra, Davide Boni, Bossi, Uber Anghinoni e Antonio Carra

MANTOVA  Non è la scomparsa di un politico qualsiasi. Per la Lega è una frana. Per Mantova la morte di Umberto Bossi, il “senatur”, rappresenta il tramonto definitivo di un sogno coltivato dai primi anni ’70, quando con i primi indipendentisti e federalisti del calibro di Umberto Mori e Dacirio Ghidorzi Ghizzi si andava costruendo un progetto nazionale e sovranazionale di riforma degli stati (italiano e non solo italiano) e delle etnie.
Ma con Bossi, con il suo sogno di una “Padania libera” e di un’Italia federata, se ne va anche il sogno di una generazione politica nata con lui e per lui. Prima di Bossi, il federalismo era un vagheggiamento nei libri di Cattaneo e di Spinelli. L’Umberto seppe invece far rinascere tante attese e costruire una generazione politica nuova fra giovinastri che attaccavano gli adesivi della Lega Lombarda-Lega Nord anche sui tubolari dei proprî motorini – cosa impensabile nel mondo d’oggi.
«Se non l’avessi conosciuto, non sarei l’uomo che sono oggi – sintetizza Davide Boni, primo presidente di Provincia leghista nel 1993, poi proiettato in una dimensione regionale –. Nonostante alla fine non fosse più lui il “manovratore” del movimento, io ho creduto comunque in lui, e questa è la ragione per cui me ne sono allontanato».
Uguale senso di costernazione per l’ex deputato e assessore regionale Giovanni Fava: «Quando stasera un amico sincero mi ha chiamato per dirmi che Umberto ci aveva appena lasciato e ho pianto spontaneamente con lui al telefono. Con Bossi se ne va la mia generazione politica: se ne va materialmente il mio sogno. Non che non mi renda conto che il sogno se ne era già andato da un pezzo, sotterrato dalla storia recente, ma io a Bossi devo una parte importante della mia vita. Ero un ragazzino quando cominciai ad andare a vedere i suoi comizî e sempre da poco più che ragazzino lui mi ha permesso di fare il sindaco a soli 25 anni, dando il “la” alla mia carriera politica e a una grande esperienza umana. Senza avermi mai amato particolarmente. Lui non amava troppo gli spiriti liberi come il mio, ma li rispettava, magari insultandoli, ma sapendo che alla fine molti di quelli che lo osannavano, “senza se e senza ma”, non erano altrettanto sinceri. Con Umberto finisce idealmente la storia della Lega Nord e con essa il mio impegno politico (in realtà finito anche prima). Nulla sarà più come prima, perché la storia di questo mondo (al quale ha pervicacemente cercato di dare un’identità) non poteva prescindere dalla sua capacità di leggere la storia e gli uomini. Umberto non mancherà solo a me».
Numerosissime anche sui canali social le testimonianze di cordoglio. Chi “leghista della prima ora”, chi della “seconda” o “terza”, comunque appare evidente quel senso residuale di orfani che la scomparsa del leader (“lider maximo” alla cubana, si disse un tempo) lascia in una generazione politica lombarda, in senso lato, e mantovana in specie. Quella generazione che, contro ogni aspettativa, aveva portato nel 1992 in parlamento il deputato di Casatico Uber Anghinoni, “homo novus” della politica, e a Palazzo Madama il goitese Paolo Gibertoni. Nel 1993 un giovane di nemmeno trent’anni a guidare Palazzo di Bagno, Davide Boni, quando ancóra le amministrazioni provinciali contavano qualcosa. E poi e poi…

Quando il Parlament leghista si insediò a Villa Riva Berni

Anno 1996: l’anno della “secessione”. Mai prima né dopo di allora, nell’età post-unitaria, si parlò di Mantova, se non come un rimasuglio storicistico legato alla dinastia dei Gonzaga e a Belfiore. In quell’anno Umberto Bossi proclamò Mantova non “capitale della cultura”, come avvenne trent’anni dopo, ma addirittura capitale di una “nazione” idealizzata su base socio-economica. Tanto avvenne con quel “Parlamento del Nord” localizzato a Bagnolo San Vito, a Villa Riva Berni, che fece tremare tutta la nazione (al punto da fare eleggere nello stesso anno una Miss Italia nera), ma sotto gli occhî di telecamere nazionali e internazionali giunte persino dal Giappone.
Era una rivoluzione inattesa nell’Italia sconvolta da Tangentopoli, che stava facendo piazza pulita del sistema partitocratico e del consociativismo “cattocomunista”.
I prodromi li si erano visti già nello storico comizio ostigliese di Bossi nel ’91, quando il “lider maximo” fu preceduto in comizio dalle note dei Carmina Burana, mentre i banchetti vendevano quelle “leghe”, monete extra-conio, che già in tanti smerciavano come valuta corrente, oppure il profumo “Dür” (trasfigurazione olfattiva del proclama bossiano “La Lega ce l’ha duro”), sino agli orologi che segnavano le ore in dialetto lumbard: üna, do, tre, quatar… Il tutto scandito da una revanche territoriale sopita dalla retorica post-unitaria, e amplificata dalle apodissi di Gianfranco Miglio, la cui nonna “contava le galline” in dialetto lombardo.
A tanti era parsa una parodia dialettofona e provincialistica senza peso politico di caratura nazionale, sinché quelle manifestazioni di revanche non cominciarono a pesare nelle politiche del 1992 e nelle amministrative degli stessi anni. Anni nei quali Mantova ebbe – forse per la prima e unica volta – una visibilità, e una temuta reverenza nazionale.