Dopo due mandati alla guida di Confagricoltura Mantova, Alberto Cortesi si avvia a chiudere un ciclo che ha attraversato anni complessi per il mondo agricolo: dalla pandemia alle trasformazioni tecnologiche, dal confronto con l’opinione pubblica alle sfide dei mercati globali. Alla vigilia dell’assemblea che mercoledì eleggerà il nuovo presidente, Cortesi riflette sul senso del ruolo, sulle battaglie affrontate, sulle resistenze incontrate e fragilità che restano aperte.
Dopo anni alla guida di Confagricoltura Mantova, qual è la differenza più grande tra l’idea di potere che aveva all’inizio e quella che ha oggi?
«In realtà non ho trovato così tante differenze. Credo che alla fine non si gestisca potere facendo il presidente a livello provinciale. Il mio ruolo è sempre stato quello dell’ascolto: degli associati, di chi organizza il lavoro, dalla direzione ai capi servizio. Il presidente deve fare sintesi. E poi, una volta fatta la sintesi, avere una visione strategica del sindacato. Per questo non parlerei di potere, ma di responsabilità».
C’è una decisione, una battaglia che col senno di poi affronterebbe in modo diverso?
«Sì, quando Coldiretti ci attaccò duramente sulla questione della carne sintetica. Non risposi più di tanto, ma avevamo ragione noi: è stata una battaglia inutile e populista. Il mio intervento era volto a capire come funzionassero le tecnologie. Questo è Confagricoltura: capire come sta andando il mondo e poi dare indicazioni agli associati. Forse avremmo dovuto gestire meglio la comunicazione. Sembrava che fossimo favorevoli alla carne sintetica, mentre noi volevamo solo capire la scienza. Anche perché in alcune aree del mondo, lontane dalla nostra cultura, potrebbe essere un’opportunità».
Mantova è una delle province agricole più produttive d’Italia. Secondo lei questa forza è sempre stata compresa dalla politica e dall’opinione pubblica o a volte è stata data per scontata?
«Non è stata compresa. Nei momenti di crisi, come la pandemia, è emersa la resilienza dell’agricoltura mantovana, che è aciclica. Ma l’indotto è sempre sottovalutato. Mantova è leader nell’export agroalimentare: ha un valore economico enorme, ma anche culturale e sociale. Mantova è agricoltura, basta fare un giro per l’Italia e poi tornare qui per rendersene conto».
Lei ha sostenuto con convinzione innovazione tecnologica e nuove tecnologie genetiche. La resistenza maggiore l’ha trovata fuori dal mondo agricolo o all’interno delle aziende?
«Direi fuori. Gli agricoltori sanno che non abbiamo alternative all’utilizzo delle migliori tecniche. Senza innovazione saremmo tagliati fuori dalla competitività. “Food&Science Festival” nasce per raccontare ai cittadini il percorso scientifico che porta al cibo. Noi agricoltori siamo la sintesi di un lavoro che va dall’agronomia alla chimica, dalla meteorologia alla geologia».
Il ritorno a un’agricoltura bucolica è una follia, per non dire un falso storico…
«Io vengo da una famiglia di agricoltori da secoli. Ho conosciuto l’agricoltura di mio nonno e di mio padre: era povertà, anche sociale».
Chi è oggi il vero competitor dell’agricoltura?
«Il problema è strutturale. Il mercato globale delle commodities, dei cereali è in mano a pochissimi player che determinano i prezzi. Non è libero mercato, è speculazione finanziaria. Questo ha conseguenze economiche e sociali molto gravi».
Quanto corre oggi l’innovazione in agricoltura?
«Dipende molto dai comparti, ma in alcuni casi l’innovazione corre più di quanto si immagini. Nel settore delle vacche da latte, che conosco bene, i cicli tecnologici durano circa vent’anni. Cambiano le strutture, il benessere animale, le tecnologie di mungitura. Questo significa che l’agricoltura è un settore dinamico, in continua evoluzione, non fermo come spesso viene raccontato».
Quando parla di mercato globale cita spesso il Brasile. Perché è un riferimento così importante?
«Perché oggi il Brasile è uno dei grandi player dell’agricoltura mondiale. È diventato uno dei principali produttori di soia, grazie al clima si fanno doppi raccolti, e utilizza strumenti che da noi non sono consentiti. Questo crea uno squilibrio competitivo evidente. Da un lato riduciamo gli strumenti produttivi, dall’altro il mercato globale continua a correre. È una delle grandi contraddizioni con cui l’agricoltura europea deve fare i conti».
Se un giovane agricoltore le chiedesse oggi se vale la pena restare in agricoltura, cosa gli risponderebbe?
«Che a 61 anni mi alzo la mattina con lo stesso entusiasmo di quando ne avevo venti. È un lavoro che ti dà sempre nuove prospettive. Servono coraggio e investimenti importanti, ma chi lavora bene oggi ha credibilità. Alla fine guardo indietro e dico: ne è valsa la pena, senza rimpianti».
In questi anni è cambiato il modo di fare rappresentanza agricola. Cosa è diventato più difficile oggi per un’associazione come Confagricoltura?
«Il populismo. È sempre più difficile far passare messaggi complessi basati sui numeri. Il caso del CETA lo dimostra: all’inizio demonizzato, poi i fatti ci hanno dato ragione».
Guardando all’agricoltura mantovana, qual è oggi l’aspetto che la preoccupa di più per il futuro?
«Il settore cerealicolo, stretto tra mercato globale e politiche europee che hanno tolto strumenti tecnici. Senza innovazione genetica e senza nuove molecole rischiamo di non essere competitivi, con effetti su tutta la filiera».
Concludere il secondo mandato è una liberazione, una nostalgia o un passaggio necessario?
«Un passaggio necessario. Credo nel limite dei due mandati: serve ricambio, servono nuove energie. Un’organizzazione cresce solo se è una squadra».
Continuerà a far sentire la sua voce nel dibattito agricolo?
«Non come presidente, ma continuerò ad essere un uomo di Confagricoltura».
Antonia Bersellini Baroni




































