MANTOVA – Non demonizzare né idolatrare l’intelligenza artificiale, ma comprenderla nella sua natura e nei suoi limiti. È il filo conduttore dell’incontro “Essere umani nell’era dell’AI”, promosso da Cna Mantova al Seminario vescovile, davanti a una platea di studenti. A segnare il passo degli interventi, moderati dal segretario regionale di CNA Stefano Binda, sono state soprattutto le parole del vescovo Marco Busca, che ha invitato a guardare l’intelligenza artificiale come «una normale tecnologia: né miracolo né piaga», mettendo però in guardia dal rischio di antropomorfizzarla e di ridurre l’uomo a puro calcolo. Richiamando il filosofo Luciano Floridi, Busca ha collocato l’AI dentro una nuova “umiliazione” dell’umano, dopo quelle ricordate da Sigmund Freud: l’uomo viene depodestato dalla condizione privilegiata del ragionamento logico, processare informazioni e agire in modo intelligente, essendo la natura umana “informazionale”. Ma proprio qui, ha chiarito, si apre la differenza decisiva: la macchina calcola, mentre l’uomo non è riducibile al calcolo. L’AI può simulare linguaggio, “schemi” di empatia, perfino creatività, ma non possiede coscienza, libero arbitrio, esperienza vissuta. Da qui l’invito ai ragazzi a una vigilanza critica contro la “delega cognitiva”, cioè la tentazione di consegnare alle macchine la fatica del pensiero, e contro le relazioni digitali “senza attrito”, che rischiano di indebolire la crescita personale. Per il vescovo l’unicità umana è fatta di «esperienza soggettiva, emozione e intenzionalità». La psicologa Elena Soncina ha messo in guardia dai meccanismi dopaminergici e dalla dipendenza degli algoritmi. L’avvocato Andrea Rossato ha affrontato il tema delle truffe e dei “deepfake”. Alberto Bertini ha invitato i ragazzi a usare l’AI come moltiplicatore dell’intelligenza. La sfida, riprendendo il pensiero del vescovo, è una «lucidità attiva»: usare gli strumenti senza perdere l’umano. Antonia Bersellini Baroni






































