Il rischio, quando si parla oggi di controtenori, è fermarsi al fenomeno vocale. All’eccezionalità del timbro, all’estensione, alla singolarità di un suono che continua a esercitare una fascinazione misteriosa. Il concerto conclusivo del Monteverdi Festival, con Carlo Vistoli superbo protagonista, mostrava invece qualcosa di diverso. Non una voce da contemplare, ma un mistero da seguire. Non un virtuosismo da ammirare, ma una presenza teatrale che prende forma attraverso il canto. Il programma Amor tiranno, costruito insieme all’Ensemble Sezione Aurea diretto da Filippo Pantieri, attraversava il repertorio legato alla grande stagione dei castrati tra Sei e Settecento. Ma l’interesse dell’operazione non risiedeva nella ricostruzione storica o nella suggestione antiquaria. Stava piuttosto nel riportare al centro una questione fondamentale per il teatro musicale delle origini: la voce come luogo dell’azione drammatica.
Vistoli lavora esattamente in questa direzione. La qualità dello strumento è evidente fin dal primo ascolto: un timbro ricco, omogeneo lungo tutta la tessitura, capace di mantenere luminosità e consistenza anche nei passaggi più esposti. Eppure, ciò che colpisce maggiormente non è la bellezza della voce in sé, ma il modo in cui essa viene puntualmente messa al servizio del discorso musicale. Il controllo del fiato, le variazioni dinamiche, la precisione delle agilità, i filati portati fino a una soglia quasi impalpabile che entrano nella costruzione del personaggio, nel peso delle parole, nella direzione emotiva della frase.
Una qualità, questa, che emergeva con particolare evidenza nelle pagine di Francesco Cavalli. In Uscitemi dal cor, lacrime amare, la linea vocale sembrava scavare lentamente nel testo, nel lamento non viene esposto ma progressivamente affiorante, attraverso minime inflessioni e continui mutamenti di colore. Anche in Apollo e Dafne il rapporto tra parola e musica rimaneva il centro della lettura, con ogni accento generato dall’interno del verso, come se la musica nascesse direttamente dalla sua sorgente poetica.
Monteverdi, naturalmente, rappresentava il punto di massima concentrazione del programma. Le arie tratte dall’Incoronazione di Poppea mostravano quanto Vistoli sia interessato alla complessità dei personaggi più che alla loro superficie. Ottone e Nerone, smerigliati con nuova, aurea magnificenza, emergevano come figure straordinariamente complesse, percorse da desiderio, fragilità e violenza trattenuta. Non c’era ricerca dell’effetto, né compiacimento nell’ambiguità che troppo spesso accompagna questi ruoli. Al contrario, tutto veniva ricondotto a una dimensione profondamente teatrale, dove la voce non descriveva gli affetti ma li metteva continuamente in movimento, in relazione, in un virtuosismo altissimo e sottile in cui le agilità esaltavano la tensione, i pianissimi sospendevano il tempo, le improvvise espansioni del suono aprivano nuovi spazi emotivi.
Accanto a Vistoli, l’Ensemble Sezione Aurea confermava una notevole compattezza di intenti. Un accompagnamento sempre vigile, capace di sostenere il canto senza irrigidirlo. Il basso continuo era fedele abbraccio al respiro delle arie e dei recitativi, mentre le pagine strumentali di Dario Castello, Marco Uccellini e Girolamo Frescobaldi, ben più che semplici intermezzi, fungevano da estensioni naturali dello stesso percorso espressivo.
Particolarmente riuscito l’intervento del violinista Gianandrea Guerra nella Sonata seconda a sopran solo di Castello, affrontata con slancio e chiarezza di articolazione, senza perdere quel senso di libertà controllata che costituisce uno dei tratti più affascinanti della scrittura secentesca.
L’ovazione conclusiva del pubblico ha inevitabilmente chiamato i bis. Voglio di vita uscir, Sì dolce è ‘l tormento e l’immancabile Ombra mai fu hanno prolungato una serata già ampiamente compiuta. Ma il cuore del concerto era emerso ben prima: nel modo in cui Carlo Vistoli è riuscito a ricordare che, nel Seicento come oggi, una grande voce non è semplicemente qualcosa da ascoltare, ma uno spazio teatrale da abitare.
i Elide Bergamaschi





























