Domenica 21 giugno, con Cremona soffocata da un caldo implacabile e il Teatro Ponchielli divenuto un rifugio climatizzato, i numerosi posti vuoti in sala testimoniavano una rinuncia facilmente comprensibile, ovvero che temperature vicine ai quaranta gradi avevano probabilmente fatto desistere molti dal mettere il naso fuori casa. Eppure, nelle quasi quattro ore di spettacolo, agli irriducibili eroi presenti si faceva sempre più chiaro che sul palcoscenico stava prendendo forma uno degli appuntamenti più rilevanti e significativi dell’intero Monteverdi Festival, conclusosi lo stesso giorno con il sontuoso recital serale di Carlo Vistoli. Terzo titolo di un cartellone che, dopo il divin Claudio de L’Incoronazione di Poppea e Teodora imperatrice di Montalbetti, aveva trovato il proprio approdo mantovano in Dido and Aeneas di Purcell, Le Nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli arrivava a Cremona preceduta da un’attesa che andava ben oltre il semplice interesse musicologico. Quasi quattro secoli di silenzio separavano infatti il pubblico contemporaneo da questo lavoro, primo titolo operistico conservato del compositore cremasco e insieme testimonianza preziosa di quel teatro veneziano d’impresa che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’opera. Ma se l’evento poteva apparire, sulla carta, anzitutto una sfida filologica, il merito più grande dello spettacolo è stato forse proprio quello di far dimenticare molto presto la sua eccezionalità storica. Fin dalle prime scene, infatti, l’impressione non è stata quella di assistere alla riesumazione di un reperto prezioso, bensì all’incontro con un organismo teatrale sorprendentemente vivo.
Anima di questa autentica impresa è stato Antonio Greco. Direttore, studioso, ricostruttore, ma soprattutto musicista torrenziale, capace di trasformare la competenza in puro, abbagliante teatro. Il lavoro affrontato sulla partitura è di quelli destinati a rimanere come punto di riferimento: non una semplice integrazione di lacune, ma una vera e propria ricostruzione creativa di ago e filo, fondata sulla conoscenza profonda del linguaggio cavalliano e del teatro musicale veneziano degli anni Trenta del Seicento. Greco ha guidato Cremona Antiqua con quella rara capacità di tenere insieme controllo e libertà, architettura e slancio teatrale; il suo gesto, ampio, plastico, continuamente frastagliato in ulteriori suggerimenti, in mille insinuazioni, sembrava modellare la materia sonora dall’interno suggerendo tensioni, accompagnando il respiro delle voci, creando continui punti di contatto fra buca e palcoscenico. Più che dirigere, tesseva. Costruiva relazioni, insinuava colori, traghettava il l lungo corso di questo racconto da un affetto all’altro. Il suo magmatico basso continuo, vero motore della narrazione, viveva di una fantasia inesauribile; e, a partire da esso, sul suo inesausto invito, gli interventi degli strumenti dialogavano costantemente con il canto, commentandolo, talvolta anticipandolo, altre volte contraddicendolo con sottile ironia. E poi le percussioni, il tripudio di vitalità dell’orchestra: gli ottoni, le improvvise aperture sonore che Greco ha scelto di introdurre nella sua ricostruzione: soluzioni mai decorative, ma sempre funzionali all’ampliamento dello spettro emotivo dell’opera. Il risultato era una tavolozza ricchissima, capace di passare con fluidità dalla leggerezza pastorale all’inquietudine più cupa. Se la dimensione musicale ha trovato in Greco il proprio centro propulsore, la regia di Petra Deidda ha rappresentato una delle sorprese più felici della produzione. Al debutto nell’opera, la giovane regista ha evitato con una cifra affatto scontata sia la trappola dell’attualizzazione forzata sia quella, ancora più insidiosa, della ricostruzione antiquaria. La scena essenziale di Valentina Volpi, articolata attraverso sipari, quinte mobili e superfici dipinte, lasciava respirare la narrazione senza soffocarla. Fra le immagini più riuscite, il richiamo alle architetture metafisiche di De Chirico contribuiva a generare una dimensione sospesa, quasi estraniata dal tempo storico. Ma era soprattutto il lavoro sulle presenze sceniche a colpire. Quelle figure mute, assonnate, enigmatiche che attraversavano la rappresentazione come arcane creature provenienti da un altro piano dell’esistenza finivano per trasformarsi in una sorta di coscienza silenziosa dell’intero spettacolo. Non partecipavano alle vicende, non intervenivano nei conflitti, ma osservavano. E in quella loro apparente indifferenza risiedeva una delle intuizioni più poetiche della regia. Intelligente anche l’utilizzo della metateatralità, già inscritta nel libretto di Orazio Persiani. Deidda la ha assecondata senza mai trasformarla in manifesto teorico. Gli dèi si muovevano come mimi o maschere della commedia dell’arte; il teatro mostrava continuamente sé stesso senza per questo rinunciare alla forza dell’illusione. Particolarmente efficace il Prologo, con Tempo e Fama che sembravano letteralmente indossare la macchina teatrale, mentre Peleo emergeva come l’unica figura pienamente umana all’interno di un universo popolato da maschere e allegorie. Sullo sfondo, i richiami alla guerra imminente introducevano una sottile inquietudine contemporanea che la regista ha saputo suggerire con sottile intelligenza. Anche il terzo atto, forse il più problematico dal punto di vista drammaturgico, trovava una sua convincente tenuta grazie all’elegante lavoro sulle luci di Oscar Frosio, capace di scolpire spazi e atmosfere con grande sensibilità.
Sul versante vocale, dopo un avvio forse leggermente prudente, il cast progressivamente trovava una temperatura espressiva sempre più convincente. Al centro della serata si imponeva senza difficoltà Valentina Ferrarese, una Teti di notevole fascino scenico e musicale. La voce possiede morbidezza e personalità timbrica, ma ciò che colpiva maggiormente era la qualità del fraseggio, sempre sorvegliato e naturale, unita a una dizione esemplare che restituiva piena intelligibilità alla parola. Accanto a lei, Ferran Albrich ha delineato un Peleo introspettivo e umanissimo. Il timbro caldo e ben proiettato, unito a un fraseggio attento alle sfumature del testo, gli ha consentito di costruire un protagonista lontano da ogni enfasi eroica. Molto riuscito anche il doppio contributo di Danilo Pastore, la cui Discordia emergeva come una delle presenze più inquietanti della serata. Il passaggio dal canto alla declamazione avveniva con naturalezza, conferendo al personaggio una dimensione quasi perturbante. Ugualmente convincente Jorge Navarro Colorado, autore di un Tempo autorevole nel Prologo e di un Paride solido e vocalmente intenso nel terzo atto, così come l’infinita Mara Gaudenzi, qui alla sua ennesima prova di classe, elegante e sicura tanto nella Fama quanto nella successiva incarnazione di Giunone. Ottimo il contributo dell’intera compagnia. Matteo Straffi ha affrontato con sicurezza Mercurio ed Eaco; Angelo Testori ha dato vivacità e carattere ai molteplici interventi di Marte, Momo e Minos; Alessandro Ravasio ha conferito autorevolezza tanto a Giove quanto a Nereo; Giacomo Pieracci ha ben differenziato le figure di Sileno, Plutone e Tritone. Molto efficaci anche Marzia Marzo, intensa nelle sue apparizioni come Venere e Tesifone, Benedetta Zanotto nel ruolo di Pallade e Matteo Laconi come Bacco. Completavano con professionalità e ottimo spirito teatrale Maximiliano Danta (Himeneo), Gaia Ammaturo (Megera e Mergellina), Alessandro Simonato (Aletto), Marcello Zinzani (Radamanto) e Arrigo Liverani Minzoni (Chirone), tutti inseriti in un disegno collettivo di rara compattezza. Un’opera che ha ritrovato voce, corpo e respiro. E soprattutto, un teatro ancora capace, dopo quattro secoli, di parlarci con incorrotta potenza.
Elide Bergamaschi



























