Ciò che era previsto dovesse durare qualche giorno, forse, era dipeso da una partenza che vide l’uccisione dell’Ayatollah Kamene’i, guida suprema dell’Iran, da parte delle forze aeree israeliane. Questo può aver fatto pensare ad una rapida caduta dell’Iran. Ma proprio così non è stato, anzi, in tutta risposta gli iraniani hanno indirizzato i loro missili sui Paesi del Golfo e le basi americane dislocate su tali Paesi ritenuti amici egli americani e su Israele, in una escalation di maggiore potenza e di aumentata gittata, assicurando che i loto magazzini erano ben forniti. Dopo trenta giorni dall’aperura delle ostilità, con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati americani morti, Domald Trumpnon non ha ancora risposto all’unica domanda che la mattina del 26 febbraio tutti si sono fatti: perché? Per far fuori il potere, scatenare una rivolta e diventare padroni occulti del Pese? I fatti di queste quattro settimane hanno risposto da soli con un sonoro “no”. Ma Trump si è affrettato ad aggiunge che l’obiettivo finale dell’intervento era un altro, ben più alto, bloccare la costruzione della bomba atomica da parte degli iraniani. Nasce però netta la contraddizione fra il dire e il fare da parte di Trump, allora il primo attacco di giugno, 12 giorni di bombardamenti sui siti nucleari iraniani, è stato privo di efficacia. Forse per un po’ di chiarezza bisogna rifarsi alla mattina dell’11 febbraio scorso quando il premier israeliano Bemjamin Netanyahu ha varcato la soglia dell’Ufficio Ovale alla Casa Bianca convinto di riuscire a trascinare il presidente americano ad attaccare, insieme, loro due soli gli iraniani. E così è stato. Con le conseguenze prevedibili che tutto il mondo sta pagando. Anche se Trump si sta accorgendo che non aver interessato, avvisandoli, Nato ed Europa è stato un grosso errore. Infatti alla richiesta di aiuto da parte degli americani per intervenire sulla liberazione del blocco dello Stretto di Hormuz che sta bloccando i rifornimenti di gas e petrolio all’Occidente, la risposta unanime è stata: “Non è la nostra guerra“, limitando a Trump la risposta: “me ne ricorderò”. Il prezzo del petrolio balzato a 100 euro e oltre ha un effetto bumerang per gli alleati dell’America, a sopportarne le conseguenze sono agli alleato europei di Trump. L’Ocse ha già tagliato le stime di crescita, ha subirne le maggiori conseguenze i Paesi più in difficoltà come l’Italia, la cui crescita è stimata per il 2026 solo del più 0.4%. Uno Stretto di Hormuz interrotto e infrastrutture energetiche danneggiate, secondo l’Ocse è bastato questo a riscrivere le prospettive economiche del 2026. Per l’Italia il verdetto è fra i più severi, 0,2 punti in meno rispetto a dicembre. I consumi in calo e l’inflazione rivista in rialzo al 2,4%: un quadro che
non ammette ottimismi di circostanza. Diamo un’occhiata a ciò che succede sul campo, perché le armi non tacciono, almeno quelle israeliane. Il segretario di Stato Marco Rubio assicura che gli Stati Uniti prevedono di concludere le operazioni militari nelle “prossime due settimane”. Mentre Donald Trump si prende altro tempo per dare una chance alla diplomazia con una nuova sospensione degli attacchi contro le infrastrutture energetiche del nemico. Rimandando da parte americano la ricezione della risposta di Teheran al loro piano di pace. Non sarà che anche Trump ha bisogno di più tempo per far riposare i propri arsenali ormai sotto costante stess? Gli Usa a corto di armi non escludono la possibilità di dirottare parte delle armi destinate all’Ucraina agli sforzi conto Teheran: “Al momento non è stato ancora dirottato nulla, ma potrebbe accadere – dice Rubio -Se dovessimo aver bisogno di qualcosa per l’America, lo riserveremo innanzitutto all’America”. Se accadrà spetterà all’Europa supplire, una doccia fredda da niente.
GASTONE SAVIO







































