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Duomo, nuova fase per l’adeguamento liturgico

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MANTOVA – Entra in una nuova fase il percorso di adeguamento liturgico della Cattedrale di San Pietro, avviato per rendere lo spazio celebrativo più coerente con la riforma del Concilio Vaticano II. Dopo un primo anno di sperimentazione, prende ora forma un secondo assetto, ancora provvisorio, che mira a tenere insieme le acquisizioni positive e a correggere le criticità emerse. La nuova configurazione è già stata introdotta nelle celebrazioni domenicali: quella appena trascorsa è la seconda domenica di utilizzo, mentre la prossima sarà la terza. «Evolve il progetto di adeguamento, inizia una nuova fase della sperimentazione. A un occhio non pratico sembra tornato tutto come prima. «E invece non è proprio così», spiega don Massimiliano Cenzato, parroco in solido della Cattedrale. Il percorso nasce dall’esigenza di superare alcune criticità strutturali, come l’assenza di un ambone adeguato, o la difficoltà di relazione visiva tra assemblea e altare. Dalla prima fase, avviata nel 2024 e testata lungo tutto l’anno liturgico, sono emersi elementi positivi ma anche fragilità. «Ci siamo accorti che c’erano elementi di valore, come il fatto di stare intorno all’altare e una dinamica diversa con la Parola. Dall’altra parte però c’era un disorientamento: le persone si vedevano poco, sembrava che non facessero corpo». La nuova configurazione cerca quindi un equilibrio: recupera l’orientamento verso il presbiterio e allo stesso tempo valorizza i transetti e la partecipazione dell’assemblea. «Questa seconda fase vuole tenere insieme la cosa buona e togliere quella separazione imposta dalle balaustre. Cerchiamo una situazione in cui ci si senta di nuovo corpo, con le persone più vicine all’altare e tra di loro». Elemento chiave è anche la flessibilità dello spazio, resa possibile dall’uso di arredi mobili. «Le sedie consentono una elasticità di soluzioni: si possono aggiungere o togliere a seconda delle celebrazioni», sottolinea don Cenzato, ricordando come nelle liturgie più partecipate sia possibile ampliare i posti, mentre in altre occasioni lo spazio può essere alleggerito. Non solo: la scelta permette anche di restituire l’aula alla sua dimensione originaria. «I banchi sono un’invenzione relativamente recente, ottocentesca: per secoli le chiese erano spazi liberi». Una flessibilità che consente dunque di modulare la partecipazione senza irrigidire l’assetto. Il carattere sperimentale resta centrale. «È qualcosa che vuole ascoltare l’esperienza delle persone che celebrano». Una verifica continua che dovrebbe portare, nei prossimi mesi, a una definizione più stabile: «Se le cose funzionano, si arriverà a capire come collocare ambone e sedute, e poi a studiare forma e materiali definitivi, nobili e duraturi, sia per l’altare che per l’ambone». L’utilizzo del pulpito, “rispolverato” nell’ultimo anno, viene ridimensionato, «se dovesse venire usato, sarà per altre celebrazioni, che non prevedono la messa». Nessun modello replicabile, però, per le altre chiese della diocesi. «Non può diventare qualcosa di paradigmatico: ogni chiesa ha la sua storia e la sua struttura». Antonia Bersellini Baroni