Andrea Pennacchi: “William Shakespeare è ovunque”

MANTOVA In una Piazza Castello gremita, Andrea Pennacchi ha incontrato il pubblico del Festivaletteratura per raccontare la sua personale rilettura di Shakespeare, tra teatro, letteratura e attualità. A dialogare con lui, Luigi Caracciolo, capace di far riflettere il pubblico sulle tematiche e stile letterario dell’autore, definito da “romanzo cocktail” . Nessuna grigia lezione accademica, ma un racconto umano e appassionato, tra riflessioni ironiche e momenti di intensa verità. «Shakespeare non è solo un drammaturgo eccezionale: è un ritrattista dell’umano. Ti fa dialogare con tutti, anche con il cattivo, con chi sbaglia. Risveglia qualcosa in te, fa riflettere sull’animo umano», ha spiegato Pennacchi, autore di “Shakespeare and me” e del recente “Se la rosa non avesse il suo nome” (Marsilio), esordio nel giallo ambientato a Padova. Una dichiarazione d’amore sincera, la sua, verso l’autore inglese che «fa brillare la curiosità e l’intelligenza dell’uomo comune», e che secondo Pennacchi «si può leggere in filigrana anche in “Game of Thrones” o “Succession”. È tutto Shakespeare». Il libro “Se la rosa…” è diviso in atti, non in capitoli. «È un omaggio teatrale, ma anche un trucco bassissimo. Perché? Perché non sapevo scrivere romanzi. Mentre il teatro sì, lo vivo, “ci mangio”. Allora ho chiesto aiuto agli amici: leggetelo e ditemi se funziona!», ha ammesso l’autore con la sua consueta autoironia. Tra aneddoti personali e citazioni estemporanee, Pennacchi ha ricordato il suo primo incontro con Shakespeare, in un’aula universitaria: «Quel professore mi raccontò la trama del “Giulio Cesare” e mi si aprì un mondo. Capì che ero infinitamente più vasto di quanto pensassi». E se oggi valga ancora la pena scrivere? «È la domanda del giardiniere del “Riccardo II”: “Che senso ha?” Che senso ha sistemare il giardino se tutto va in rovina?” Ma Shakespeare ti dice: fai la cosa giusta. Anche se non andrà a finire bene, ma tu avrai fatto la cosa giusta». L’incontro si è concluso con un richiamo al senso stesso del Festival. Come ha sottolineato Natalino Affini, sponsor dell’incontro con Rangoni&Affini: «Non è stato solo un incontro letterario. È stato un evento dove le anime si sono incontrate. E noi facciamo parte dell’umanità, della società, di Mantova: quante cose ha da raccontare questa città, dai Gonzaga fino ad oggi».
Antonia Bersellini Baroni