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Fratelli Bandiera, ai tempi una via quasi borgo tra firme e meteore, medici, politici e industriali

Quella via aveva una sua autonomia. Adesso non saprei, anche passandoci ogni tanto non sono in grado di valutare e capire. I tempi passano ed è normale diremmo propriamente naturale che tutto possa cambiare. In meglio o in peggio quello è tutta un’altra storia e anche questo dipende dal punto di vista e dalla nostra sensibilità. Certo una volta quella via era quasi un borgo, un paese, con gente che si trovava a incontrarsi e a bagolare sul marciapiedi, senza il timore di essere investiti da uno scooterone o da un’automobile. Parliamo di via Fratelli Bandiera primi anni Ottanta, tratto verso Piazza San Francesco dove si concentravano dimore residenziali e studi medici, uffici amministrativi, qualche attività artigianale e le sedi di aziende con industriali dai nomi di spicco che andavano e venivano. Fratelli Bandiera street. Dove grazie alla redazione del giornale e al via-e-vai di giornalisti, tecnici, tipografi, ospiti, politici, amministratori, attori, cantanti, sportivi, commercianti, fotografi e via elencando c’era sempre tanta vita, dalla tarda mattinata a notte fonda, anche fondissima. La via-borgo ha visto arrivare e partire giornalisti anche da fuori Mantova e soggiornare e lavorare per tempi diversi giornalisti provenienti da “fora Matua”,  che allora sembrava particolarmente significativo, diciamo. E pensare che per me giovanotto alle prime armi quella via Fratelli Bandiera, anzi quel tratto di strada attorno al civico 32 era soprattutto un’immagine fissata nella mente di una consegna pezzo di una domenica pomeriggio. Il giornale era ancora a piombo e a nove colonne. Mi avevano detto di seguire una certa manifestazione e di consegnare il pezzo per le 18. Arrivai in tempo, ovviamente. Trovai all’arco dell’ingresso in piedi a guardare chi passava Umberto Bonafini, proprio lui, il giornalista noto e molto seguito a quell’epoca in particolare in ambito politico amministrativo e musicale lirico. “Umbertone” lo chiamavano. Umberto Bonafini non era di Mantova ma di Guastalla, quindi un reggiano della Bassa, e un po’ mi piaceva questa cosa che c’era della Bassa in quella via cittadina. Umberto Bonafini era un tipo veloce e schietto. Ricordo che spesso battibeccava simpaticamente in redazione con Paolo Ruberti di notizie di caccia e pesca prendendo un po’ in giro le scoperte di siluri e pesci grossi, o con Werther Gorni sulle abitudini musicali del tempo. Lui che seguiva i concerti di musica classica e le rappresentazioni liriche, lui che descriveva Renata Scotto come fosse la sorella, beh aveva battute salaci e sagaci sulla musica degli “Area” o di altri complessi pop. Andava così, in quella via quasi paese dove tutto si svolgeva dentro e fuori. Ebbene quella domenica pomeriggio mi vide e disse. “A gh’et an toch?”. Risposi di sì. E allora subito rifece l’impaginazione di una delle prime pagine di cronaca. Bonafini era a Mantova da parecchi anni, firma nota e prestigiosa per cronache, interviste e recensioni, scrittura forte e colorita, carattere deciso e interessi poliedrici. Ricordo del suo immenso lavoro un’intervista del 1975 a Vittorina Gementi fondatrice della Casa del Sole che si può ancora rintracciare negli annali della Fondazione Vittorina Gementi e che aveva un titolo indicativo “Crediamo nelle idee e nella volontà dell’uomo”. Umberto Bonafini lasciò Mantova nell’inverno 1980-1981 per andare a “fondare” e dirigere la Gazzetta di Reggio che sarebbe uscita con la ristrutturazione a tabloid dei giornali. Su quella via quasi paesi Umberto intervistava, incontrava, a volte fischiava e provava arie. Sicuramente fumava. Altra firma di quella via-quasi-paese era quella di Cesare De Agostini, che aveva casa proprio là verso la piazza e noi tutti che facevamo i pendolari da varie località della provincia e oltre un po’ lo invidiavamo, perché lui il Cesare esperto di automobilismo e di storia vaticana era a due passi dalla sede del giornale. Di solito attorno al bar d’angolo quello che dominava tutta piazza San Francesco si incontravano firme e passanti, ospiti e intervistati, giornalisti di passaggio e fonti delle notizie, professori dei vicini istituti e s’incrociava talvolta l’allora presidente provinciale dei commercianti Adolfo Bollini. Sulla via.borgo non era raro incrociare gli industriali Pacchioni, padre e figlio, che avevano ufficio proprio davanti al 32. Ma anche i Magri dei mulini, incontravi il prof. Preti Ottolenghi che di solito chiedeva a Carlo Accorsi o ad Alberto Gazzoli il risultato della partita del Mantova. Non c’erano i social, non c’era internet. Andava tutto a voce. In fondo c’era un laboratorio di farina per panificazione e verso vicolo d’Arco c’era lo studio medico del dermatologo dottor Mario Benatti, che incontravi spesso sempre con il borsello a tracolla e lo sguardo concentrato. In quella via-quasi-borgo anche per la presenza della televisione del giornale, passavano ministri e generali, parlamentari vari e attori, cantanti e campioni sportivi, era una specie di super camerino pubblico prima delle interviste e delle trasmissioni. Da lì passarono anche le forme meteore, cioè giornalisti che sono rimasti qualche mese o comunque poco tempo rispetto agli stanziali storici. Tra questi voglio ricordare il grande Enrico Tantucci, poi trasferitosi alla Nuova Venezia, che è venuto a mancare nell’ottobre dell’anno scorso a soli 70 anni. Ma anche la giornalista Maria Berlinguer, una delle figlie di Enrico, capitò per uno stage a Via Fratelli Bandiera attorno al 1983, se la memoria non mi inganna. Meteore in cronaca i professori Mauro Carbone e Marco Gandini. Più lunga fu la permanenza in Fratelli Bandiera di Giorgio Gasco, giornalista che veniva da Torino e che dopo l’esperienza mantovana andò felicemente al Gazzettino di Venezia. La via-quasi-borgo ospitò per anni anche giornalisti della vicina Verona, avendo noi prestato per un po’ al giornale l’Arena il nostro mantovano Adalberto Scemma, si fece una specie di virtuoso scambio con i valorosi colleghi Piero Marcolini, per anni coordinatore delle pagine della provincia, anche autore Mondadori per bambini, e Lillo Aldegheri, per anni capo del notiziario interni ed esteri. E ancora Luigi Cavalieri di Castiglione delle Stiviere, creatore di innovazioni nelle pagine della provincia con i super servizi dai vari comuni, poi impegnato nella sua città e a Brescia con incarichi dirigenziali. Non era raro incontrare sulle panchine di pietra e sul marciapiedi i pescatori e i cacciatori che venivano da Paolo Ruberti a far vedere e consegnare le fotografie del loro bottino, oppure le scorte dei rappresentanti istituzionali e delle autorità che venivano per interviste e visite. Una sera tardi addirittura si fece un capannello proprio sotto l’arco per parlare con un ministro e il suo seguito, quasi come si fosse dalle parti di Piazza Colonna a Roma, davanti a Palazzo Chigi. Poi passavano i milanesi dopo l’accordo con Mondadori e quindi erano frequenti le visite di Piero Ottone con la sua Alfetta Blu, con autista ovviamente, Gaetano Tumiati, Giampaolo Pansa ed altre firme di quel tempo. A livello mantovano erano frequenti anche le visite dei sindaci Gianni Usvardi e Vladimiro Bertazzoni, le puntate del presidente della Provincia Massimo Chiaventi, un po’ meno quelle di Maurizio Lotti. Era quasi di casa in quegli anni Claudio Martelli, spesso ospite negli studi televisivi e del giornale. Era un evento quando passavano in direzione transitando da quella via-quasi-paese nomi e rappresentanti del jet set come Franca Faldini, moglie di Totò, Clara Agnelli con il marito Giovanni Nuvoletti. Non parliamo dei giorni precedenti un veglione della Stampa e allora in quella via-quasi-borgo potevi incontrare attrici e cantanti che vedevi in tv il sabato sera. Meteore di memoria di quella via, nei primi, anzi primissimi, Anni Ottanta.