Home Cronaca Signorini: l’addio nel giorno dei “suoi” Martiri di Belfiore

Signorini: l’addio nel giorno dei “suoi” Martiri di Belfiore

Mantova Se avesse potuto scegliere il giorno della sua dipartita da questo mondo, Rodolfo Signorini avrebbe senz’altro optato proprio per il 7 dicembre, anniversario del supplizio dei Màrtiri di Belfiore che tanto aveva amato e venerato editandone persino il Confortatorio. Quel suo mai espresso voto è stato esaudito ieri, quando il professore si è spento a 84 anni dopo mesi di infermità fisica, che però non aveva mai sopraffatto la sua infinita sete di conoscenza e di fermo impegno civico per la sua Mantova, tante volte ripensata e riedificata sulla scorta delle carte d’archivio. Da ieri la città e la sua storia hanno preso coscienza di avere perso una delle massime intelligenze che ne hanno coronato il corso millenario.
Figlio di un artigiano della panificazione, Signorini aveva sin da ragazzo dimostrato interesse per le scienze umane, che nel suo pensiero però non lasciavano spazio all’aleatorietà e alla sensazione approssimativa: la storia, la letteratura, le arti dell’immagine e persino la confidenza con strade e lapidi dovevano fare i conti con una ferrea disciplina di fonti archivistiche e testimonianze documentarie.
La sua missione didattica si è spesa tutta nelle classi dell’istituto tecnico per Geometri Carlo d’Arco, ma i suoi riconoscimenti hanno varcato di gran lunga i confini provinciali e nazionali. Pochissimi italiani, e nessun mantovano, tranne lui, ha avuto accesso alle pagine del prestigioso Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, ove negli anni ha pubblicato i suoi contributi alla conoscenza di Vittorino da Feltre, Filippo Nuvoloni e Andrea Mantegna. Relazioni scritte, e che a voce tuonavano addirittura dalla sua voce possente anche nelle aule regali di Londra e Copenaghen ove tenne una lezione magistrale davanti alla regina di Danimarca, Margrethe e alla regina madre, Ingrid – per non dire degli auditorî del Metropolitan Museum di New York, o degli atenei di Londra, Atene, Salonicco, Vienna, Strasburgo, Parigi, Bonn, Koblenza, Colonia, San Pietroburgo, Philadelphia, Bucarest…
Impossibile enumerare tutti i suoi amori intellettuali tradotti in una bibliografia che farebbe a gara con quella di Nicolò Tommaseo. Ovunque i suoi vivacissimi occhî azzurri si orientassero nella ricerca del bello o di un addentellato storico, ecco nascerne un’opera che sarebbe rimasta punto di riferimento per studî successivi e predatorî di altri. Così abbiamo visto messa a nudo la genesi della Camera degli Sposi in castello, della Camera di Psiche nella villa giuliesca del Te, o il senso riposto di lacerti d’affresco nei palazzi Freddi, Magnaguti, Valenti Gonzaga, o in quella straordinaria dimora patrizia dei d’Arco, della quale fu a lungo conservatore attento e rigoroso.
Gli bastava una lapide slavata e quasi illeggibile su un muro cittadino per ricavarne un saggio da editare su Civiltà mantovana, o persino un vago accenno sulla saggistica di Leonardo Bruni per identificare a Valeggio quella che forse potrebbe essere l’unica testimonianza scritta pervenutaci di Dante Alighieri.
Da lì le infinite richieste pervenutegli di presiedere fondazioni, accademie, comitati, associazioni, cui mai si sottrasse: e non per vanità, ma sempre per spirito di servizio. Lui non volle nemmeno mai prendere la patente automobilistica per non sottrarre tempo prezioso ai proprî studî, che con l’amore della moglie Laura e dei figli Matteo e Andrea riempivano la sua vita di inesauribile amore. Fu accademico virgiliano, conservatore della fondazione d’Arco, rettore dell’Università della Terza età, dell’Università senza esami di Bozzolo, membro di diritto dei Quaderni folenghiani, arrivando persino alle confraternite enogastronomiche e ai sodalizî della mai sopita goliardia. In una parola, fu umanista, nel senso pieno di questa ormai svillaneggiata parola.

davide mattellini