MANTOVA Tutto era partito da un telecomando. Una lite scoppiata in carcere tra chi voleva vedere un programma e chi un altro. Solo un pretesto però per inscenare una protesta tra le mura della casa circondariale di via Poma. A un certo punto infatti la situazione era precipitata oltremodo tra arredi fatti a mezzi, insulti, urla, spintoni, nonché un termosifone divelto dal muro con conseguente allagamento, un televisore lanciato contro un agente della Polizia penitenziaria e un materasso dato alle fiamme.
Una vicenda risalente al 23 marzo 2021 quando all’interno della cella numero 38 era scoppiato il caos: sei nella circostanza i detenuti che vi erano rinchiusi, tre dei quali – un egiziano, un marocchino e un libico – poi finiti a processo per le ipotesi di lesioni, danneggiamento, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
Tra le varie testimonianze addotte alla fase dibattimentale anche quella di un allora compagno di cella dei tre accusati. «Stavo dormendo – aveva riferito in aula – e mi ero svegliato perché avevo sentito puzza di bruciato -. Non avevo visto chi era stato ad appiccare il fuoco al materasso. Ricordo solo che due detenuti finirono in ospedale, uno a Parma perché piuttosto grave». Inoltre, incalzato dal pm, aveva proseguito raccontando come al suo risveglio in mezzo al fumo, seppur non capendo il motivo di tanta agitazione, avesse visto alcuni compagni di detenzione con bastoni in mano. Erano le gambe di un tavolo poco prima staccate dagli stessi esagitati. Più o meno la stessa versione fornita anche da un altro detenuto, oggi uomo libero. E per arginare sul nascere tale sommossa gli agenti avevano quindi dovuto mobilitarsi in tenuta antisommossa invitando i rivoltosi a rientrare in cella. «Una volta arrivato sul posto i detenuti erano tutti fuori dalla loro stanza – aveva sostenuto un sovrintendente della polizia penitenziaria -. Uno di loro aveva in mano in televisore e minacciava di tirarlo addosso a un collega». All’origine della protesta sfociata poi in violenza, ci sarebbe stata la scarsità di acqua a disposizione dei detenuti oltre allo spazio ridotto della loro cella.
Una vicenda avviatasi quindi ora verso il proprio epilogo giudiziario stante, ieri innanzi al giudice Gilberto Casari, le richieste di condanna avanzate dal pubblico ministero per tutti e tre gli imputati e pari nello specifico rispettivamente a due anni, un anno e otto mesi, e un anno e sei mesi. Il prossimo 26 maggio la sentenza.









































