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Cantami, o Diva: Cecilia Bartoli conquista Cremona

Non poteva esserci anteprima più coerente con il titolo scelto per la quarantatreesima edizione del Monteverdi Festival, Cantami, o Diva!

 Il 28 maggio scorso, il Teatro Ponchielli ha accolto di nuovo Cecilia Bartoli per una serata che, prima ancora di essere un concerto, si è configurata come una celebrazione dell’arte del canto e del teatro musicale.

Affiancata da Gianluca Capuano e dai Les Musiciens du Prince-Monaco, il celebre soprano ha proposto un percorso che dal primo Seicento giungeva fino a Rossini, attraversando alcuni dei compositori che maggiormente hanno segnato la sua lunga carriera. Un programma ampio e potenzialmente dispersivo che, grazie a una costruzione intelligente e a una forte unità interpretativa, ha trovato invece una propria coerenza narrativa.

A impressionare non è stata soltanto la tenuta vocale di un’artista che si appresta a varcare la soglia dei sessant’anni, ma soprattutto la vitalità del suo fare musica. La voce conserva una riconoscibile luminosità nel registro acuto, mentre il centro e il grave hanno acquisito nel tempo colori più scuri e una consistenza quasi materica. Al di là delle caratteristiche timbriche, tuttavia, ciò che continua a distinguere Bartoli è la straordinaria capacità di plasmare il suono in funzione della parola: ogni frase è sembrata nascere da un’intenzione precisa, ogni inflessione da un pensiero teatrale compiuto.

L’omaggio iniziale a Monteverdi ha assunto un significato simbolico particolare. Dopo la celebre Toccata dell’Orfeo, Bartoli ha intonato la seconda strofa del Prologo, affacciandosi da un palco laterale. Pochi versi soltanto, ma sufficienti a stabilire un ponte ideale tra il compositore cui il festival è dedicato e una delle interpreti più influenti del nostro tempo. 

La sezione handeliana ha offerto quindi alcuni dei momenti più riusciti della prima parte. In V’adoro, pupille, Bartoli ha evitato qualsiasi compiacimento decorativo, privilegiando invece una sensualità sottile, costruita attraverso il colore, il legato e la cura del dettaglio espressivo. Più introspettiva l’aria vivaldiana Sovente il sole, dove il dialogo con il violino di Thibault Noally ha generato un clima di delicata malinconia.

Nelle pagine di Agostino Steffani è emerso invece il volto più estroverso e teatrale della serata. Mie fide schiere, all’armi è stata affrontata con energia e slancio, mentre A facile vittoria si è trasformata in un brillante gioco di rimandi con la tromba di Thibaud Robinne, in una gara di virtuosismo affrontata con spirito e leggerezza.

Determinante, lungo tutto il concerto, è risultata la qualità dell’accompagnamento orchestrale. I Les Musiciens du Prince – che Capuano ha guidato con gesto autorevole e fantasia interpretativa – hanno confermato le ragioni della loro reputazione internazionale, distinguendosi per precisione, varietà timbrica e capacità di coniugare rigore filologico e spavalda teatralità.

La parentesi mozartiana ha trovato il suo centro in Parto, ma tu ben mio dalla Clemenza di Tito. Qui Bartoli ha mostrato una volta di più la propria capacità di fondere virtuosismo e dramma, costruendo un Sesto tormentato e appassionato, sostenuto dal dialogo intenso con il clarinetto di Francesco Spendolini.

Il momento artisticamente più alto della serata è arrivato però nella sezione rossiniana. In Assisa a piè d’un salice, dalla versione rossiniana dell’Otello, il tempo è sembrato rallentare. Lontana da qualsiasi enfasi, Bartoli ha trovato una misura espressiva di rara efficacia, scolpendo ogni parola con eleganza e concentrazione. Accompagnata dal delicato intervento dell’arpa di Markus Thalheimer, ha restituito una Desdemona di struggente intensità, in quello che è apparso come il vertice emotivo dell’intero programma.

Di segno opposto il finale, affidato a Una voce poco fa. Qui la cantante ha liberato tutta la propria inesauribile energia scenica, dando vita a una Rosina vivace, ironica e imprevedibile. Trilli, variazioni e ornamentazioni si sono inseriti in una costruzione teatrale perfettamente controllata.

Anche l’aspetto spettacolare ha contribuito al successo della serata. I numerosi cambi d’abito, i continui giochi scenici e le interazioni con il pubblico hanno confermato una qualità non scontata nelle grandi star: la capacità di non prendersi mai troppo sul serio. Persino l’intrusione di un moscone particolarmente insistente è diventata occasione di scherzo e complicità con la sala.

Il pubblico del Ponchielli ha risposto con entusiasmo crescente fino al trionfo finale: ovazioni, richieste di bis e una pioggia di rose lanciata dai palchi. Le canzoni di Ernesto De Curtis e la spiritosa rilettura della scena di Corinna dal Viaggio a Reims, adattata con riferimenti a Cremona e alla sua mostarda, hanno chiuso una serata dominata da un elemento che spesso sfugge alle analisi tecniche: il piacere autentico di fare musica.

Ed ora, che Monteverdi Festival sia!

Elide Bergamaschi