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Marcell Jacobs battezza il Pata Stadium: “Porto l’azzurro nel cuore. E ora sogno l’oro mondiale”

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Mantova Un ospite d’eccezione, una leggenda dello sport italiano accolta con tutti gli onori nello stadio di Mantova: Marcell Jacobs, doppio oro olimpico nei 100 metri e nella 4×100 a Tokyo (da allora è “Flash”), ha presenziato all’intitolazione del “Martelli” al main sponsor Pata. La sua presenza ha illuminato l’evento, trasformandolo in una giornata storica per la città e per il mondo dello sport mantovano.
Anche tu, Marcell, hai cominciato col calcio?
«Sì, come tutti i bambini. Ma non avevo dei buoni piedi. Ero molto piccolo, giocavo per divertirmi, correvo più veloce del pallone! Calciavo in porta e finiva dall’altra parte. Ho capito che forse non era il mio sport e ho deciso di cambiare. Sono comunque appassionato: non tifo per una squadra in particolare, guardo soprattutto la Nazionale. È sempre emozionante, certe volte triste quando le partite non vanno come si vorrebbe. Fa parte del gioco».
Lo sport italiano vive un periodo d’oro, mentre il calcio sembra in difficoltà…
«Sono cicli. Anche l’atletica non vinceva nulla da anni e poi sono arrivati cinque ori in un’Olimpiade. È come un’onda. Sono convinto che anche il calcio si risolleverà e tornerà a portare a casa le coppe».
Che effetto fa rappresentare l’azzurro al massimo livello?
«E’ un onore immenso cercare di portare il tricolore sul gradino più alto del podio. Sento energia da casa anche quando sono dall’altra parte del mondo. Sono sempre grato e super orgoglioso di fare quello che faccio».
La mamma è di Castiglione, Mantova è una città vicina alle tue origini. Che ricordi hai?
«Mantova era un punto di riferimento soprattutto per i miei nonni e zii, appassionati di motocross. Qui si correva una tappa del Mondiale e io venivo ogni anno a farmi il weekend al Migliaretto per godermi le gare. Ho questo ricordo molto vivo. Mi piacerebbe tornare a vedere la pista».
Prima volta allo stadio Martelli?
«Sì, prima volta in assoluto. Spero non sia l’ultima».
Ti riporto all’atletica: in questo weekend ci sono gli Assoluti, ma devi dare forfait. L’obiettivo è il Mondiale?
«Dispiace non poter onorare gli Assoluti, ci tengo particolarmente e ho sempre cercato di farli. Ma l’infortunio mi ha costretto a rivedere la programmazione. La medaglia al Mondiale è l’unica che mi manca per completare la collezione. Punto tutte le energie su quello».
Anche perchè tu sei un “animale” da grandi eventi e si torna a Tokyo…
«Sì, mi attivo quando c’è una gara importante. Riesco sempre a performare al meglio e a fare il mio miglior tempo stagionale quando conta. Ma ci sono tantissimi atleti che corrono forte e solo otto vanno in finale. Entrare in finale è lo scoglio più complicato: tutti sono agguerriti, tutti vogliono la medaglia. E quest’anno in tanti hanno corso davvero forte».
Le tue aspettative?
«Sono alte. Non vado per partecipare, ma per portare a casa il metallo più prezioso. La stagione è stata travagliata, ma ora mi sto allenando bene. Fortunatamente il Mondiale è a metà settembre, ho avuto il tempo per ricostruire la mia stagione e adesso mi sento molto bene a livello fisico».
Raccontaci della tua Academy…
«Da piccolo volevo diventare qualcuno per essere d’esempio per i più giovani. La mia storia non racconta solo di un ragazzo di talento che ce la fa, ma di un ragazzo con un sogno nel cassetto che, tra mille difficoltà e cambiando specialità, è riuscito a raggiungerlo. Da qui nasce l’idea dell’Academy: dare ai ragazzi la possibilità di praticare sport. Per ora ci concentriamo sull’atletica, ma vorremmo espanderci anche ad altre discipline. Lo sport è scuola di vita: insegna ad affrontare le difficoltà, a sfidare se stessi e gli altri, al rispetto delle regole, alla disciplina, alla costanza e dedizione. Il nostro obiettivo non è far diventare tutti campioni, ma offrire una chance, un’opportunità di crescita».
La sede è a Desenzano, ma sogni in grande…
«A Desenzano è nato tutto, lì c’è la mia prima pista. Mi piacerebbe però espandere l’Academy anche fuori dall’Italia, magari nel mondo. Anche alle Hawaii? Perchè no!».