MANTOVA – «Vini dealcolizzati: un grande mercato, ma di difficile accesso. Il Mantovano può puntare su vini a ridotto tenore alcolico naturale e sull’enoturismo». Vini dealcolizzati o a ridotta gradazione che rispondano ai gusti mutati dei consumatori, investire sull’enoturismo e introdurre nei disciplinari di produzione la possibilità di coltivare i vitigni “resistenti”: sono i treni da non perdere per il vino mantovano, secondo Filippo Moreschi, presidente della Sezione Vitivinicola di Confagricoltura Mantova e vicepresidente nazionale di Ugivi, l’Unione nazionale dei giuristi della vite e del vino. Un incarico che gli consente uno sguardo ampio, nazionale e internazionale, sul comparto e un confronto diretto con i principali attori del settore. Moreschi conduce dal 2011 il vigneto di famiglia a Quistello, dove si produce Lambrusco conferito alla cantina locale. «Nella provincia di Mantova esistono due mondi distinti – quello del Lambrusco e quello dell’Alto Mantovano – che procedono a velocità diverse, ma alcune sfide sono trasversali e oggi è fondamentale affrontarle». Tra i temi più discussi c’è quello dei vini dealcolizzati o a bassa gradazione, spinti dai cambiamenti nei consumi, da una maggiore attenzione alla sicurezza e dall’esigenza di entrare in mercati con vincoli anche religiosi. «L’Unione europea ha introdotto la possibilità di dealcolizzazione totale o parziale del vino, anche attraverso il recente Pacchetto Vino – spiega Moreschi – ma si tratta di un mercato accessibile a pochi. I processi sono complessi e richiedono investimenti importanti, difficili da sostenere per molte cantine. Più interessante, invece, è la strada della riduzione naturale del grado alcolico attraverso tecniche agronomiche che rispettino l’identità varietale. Questo potrebbe comportare modifiche ai disciplinari, rendendoli più flessibili». Adeguarsi ai nuovi consumi resta comunque imprescindibile, soprattutto per le aree più in difficoltà come il Basso Mantovano legato al Lambrusco, mentre l’Alto Mantovano mostra maggiore tenuta. «Per affrontare il cambiamento bisogna rafforzare la filiera puntando sull’enoturismo, ancora sottoutilizzato nel nostro territorio, e allo stesso tempo garantire maggiore stabilità produttiva». In quest’ottica diventano centrali i vitigni “resistenti”, capaci di rispondere al cambiamento climatico e alle fitopatie. «In Italia il loro utilizzo è ancora limitato ai vini Igt, mentre è vietato nei Dop, a differenza di quanto previsto dalla normativa europea. È un tema su cui serve intervenire». Parallelamente, proseguono le sperimentazioni sulle Tea, le Tecniche di evoluzione assistita, avviate anche in Lombardia, con l’auspicio che possano offrire risposte concrete al settore. I dati della produzione 2025 confermano un quadro in trasformazione. La produzione di uva per il Garda Colli Mantovani Doc si attesta a 1.947,82 quintali su 23,92 ettari, in lieve calo rispetto al 2020. Più marcata la flessione del Lambrusco Mantovano Doc, che scende a 31.808,62 quintali su 228,51 ettari, rispetto ai 49.641 del 2020. In calo anche l’Alto Mincio Igt, con 4.723,34 quintali, e la Provincia di Mantova Igt, che registra 50.746,49 quintali. Andamento analogo per Quistello Igt e Sabbioneta Igt. Sul fronte del vino finito, cresce il Garda Colli Mantovani con 3.246,94 ettolitri, mentre il Lambrusco Mantovano Doc cala sensibilmente a 3.518,50 ettolitri. In aumento invece l’Alto Mincio Igt, che raggiunge 13.294,40 ettolitri. In flessione la Provincia di Mantova Igt, così come Quistello Igt, mentre Sabbioneta Igt resta stabile. Nel complesso, il settore vitivinicolo mantovano si trova davanti a una fase di transizione, tra nuove opportunità di mercato e limiti strutturali, in cui innovazione, flessibilità normativa e valorizzazione del territorio saranno fattori decisivi per il futuro.







































