Home Eventi Dove brucia il mito. Callas, Pasolini e la solitudine dei numeri primi

Dove brucia il mito. Callas, Pasolini e la solitudine dei numeri primi

Profuma di mito, questa Cronaca di un amore andata in scena il 27 e 29 marzo scorsi in prima assoluta al Municipale di Piacenza, teatro non nuovo a scelte coraggiose, che ha affidato al giovane Davide Tramontano il compito di rievocare due figure che il solo nominare fa tremare i polsi. Al centro, l’amore platonico e insieme totalizzante tra Maria Callas e Pier Paolo Pasolini sul set di Medea: icone consumate sul bordo del proprio tramonto, già inconsapevolmente proiettate verso la fine tragica che le consegnerà, di lì a poco, alla costellazione dei cari agli dei. La regia di Davide Livermore e Mercedes Martini costruisce con il doppio pregio dell’economia e della lucidità una drammaturgia per piani sovrapposti, dove la materia e il corpo – la desolazione concreta del presente, il continuo baluginare di ricordi, ombre, fantasmi – trovano un controcanto rarefatto nella dimensione filmica, smaterializzata, restituita attraverso il diaframma di immagini che scorrono su veli e superfici trasparenti a creare un racconto sul racconto. È qui che riemerge dagli archivi la scintilla di Medea, luogo di incontro artistico e insieme di rifrazione esistenziale, ma soprattutto ingranaggio poetico attraverso cui la realtà si trasfigura e si smarrisce. L’impianto scenico di Eleonora Peronetti, sostenuto dai costumi di Anna Verde e dalle luci di Aldo Mantovani, con i preziosi contributi video di D-Wok, traduce e amplifica questo continuo slittamento: la vaga Grecia arcaica, ricostruita per accenni elementari in una rovente Grado di piena estate, sconfina in interni borghesi geometrici, asfittici, dove i personaggi si muovono come farfalle intrappolate. Spazi mentali, più che fisici, stanze dell’anima in cui il respiro si accorcia e i demoni trovano eco. Attorno a questi principi, la densa ragnatela musicale tesa da Tramontano dà alla vicenda la consistenza di una materia nebulosa, avvolgente, ipnotica: un organismo sonoro che inizialmente sembra disorientare, quasi negarsi, nel barbaglio di sonorità polverose e sospese, per poi rivelare una fisionomia sempre più incisiva, cruda, per certi versi arcaica anch’essa: i sibili degli archi, i mormorii dei legni, le intrusioni scure, ora striscianti ora lapidarie, come barbariche sciabolate, degli ottoni e delle sentenziose percussioni danno forma a un’orchestra che scava il solco arso di un paesaggio interiore, luogo di risonanza di pulsioni e di tormenti, di tanti io sospesi tra Nemesi e urgenza espressiva, tra attrito e seduzione. E in questo scenario sonoro, la scrittura, anziché polarizzare le singole identità, anziché delinearne i profili individuali, tende a farli progressivamente convergere, a mescolarli, quasi a confonderli, nell’uniformità grumosa e irregolare di una tinta ctonia, di un comune gorgo.
Al centro, la figura della Divina, cui una torreggiante Carmela Remigio disegnava un ritratto di grande intensità, emerge con la forza dolorosa di un racconto procedente non per imitazione – impossibile, d’altronde – ma per autentica incarnazione. La voce, piena e salda, dell’interprete, cercava nelle proprie corde il mito di quella voce perduta, mentre la presenza scenica restituiva tutta la regale, sfiorita fragilità di un’artista nel suo traboccante autunno. Una Callas disarmata eppure ancora sovrana, magnifica e dolente, sotto il peso di costumi di scena elefantiaci, attraversata, quando in abiti borghesi, da memorie che la abitano e la disgregano. Il libretto di Alberto Mattioli innesta su questa dimensione una trama che sfiora volutamente il registro del rotocalco: l’incontro sul set, l’ambiguità del rapporto, l’anello di “fidanzamento”, il bacio catturato dai paparazzi, il brusio mediatico; ma il dato aneddotico è solo esca, innesco, pretesto per dare parola e passo ad un’indagine più profonda sulla solitudine e sull’impossibilità di abitare il quotidiano. In fondo, i due protagonisti si configurano come “numeri primi”: indivisibili ma al tempo incapaci di accogliersi reciprocamente. In un’ora e venti compatta, febbrile, la concertazione di Enrico Lombardi guidava con lucidità l’Orchestra Filarmonica Italiana dentro questa trama complessa e faceva brillare, accanto alla statuaria protagonista, il Pasolini di Bruno Taddia: nervoso, asciutto, più declamato che cantato, percorso da una tensione interiore irrisolta che lo tiene perennemente, dolorosamente sospeso tra gli inconciliabili mondi del jet set e della suburra. In questa traiettoria si inseriva il Ragazzo, Ninetto Davoli magnificamente scolpito da Didier Pieri, musa proibita del desiderio carnale: presenza speculare e antagonista – insieme alla Madre ben delineata da Caterina Meldolesi – rispetto alla Callas. Se lei è anelito all’eterno, lui è l’urgenza dell’istante, la carne, il sangue, l’attrazione per il precipizio. Il loro coesistere alimenta una drammaturgia del doppio che attraversa l’intera opera: specchi, controfigure, sdoppiamenti. L’identità si frantuma, si moltiplica, si nega. Nel secondo quadro, l’intreccio degli archi, a partire dall’avvolgente canto della viola – alter ego della voce di Maria – incoraggiava l’avvicinarsi dei due protagonisti verso le acque ignote di una dimensione insieme nuova e ancestrale, quasi uterina, dove il desiderio si confonde con il bisogno di essere ri-conosciuti. Durante la festa a celebrare la fine delle riprese, con lo straniante découpage sonoro di Mina che alla radio canta Brava, di fronte al dono della corniola con montatura antica regalatale da Pasolini, Maria – che già aveva citato in precedenza Lucia di Lammermoor -, in un cortocircuito della memoria, scivola per un istante a “Prendi: l’anel ti dono”. Là una folle, qui una sonnambula: in entrambi i casi, il rifugio nel glorioso già vissuto, il tentativo vano e ingenuo di trattenere in un triste déja vu ciò che per sua natura sfugge. Poi, il passo della narrazione accelera, il fiato si accorcia e, con esso, la punteggiatura della musica. Nella telefonata ad un destinatario non identificato, Maria è un pulcino bagnato, una “bambina vecchia come il mondo”, come le aveva detto PPP: il cuore che accelera, febbrile, quasi fuori controllo, la voce che cerca, attende, si incrina. Non accade nulla, se non il compiersi di quell’attesa stessa, che diventa forma definitiva, plastica, inappellabile, della solitudine che gli astri le hanno riservato. Una Penelope senza tela e senza un Ulisse dall’altra parte del mare; un’Erinni fragile e spezzata. Quell’amore germinato e lievitato nella sua mente, quel miraggio frutto di un’ultima estate infuocata, è destinato a rimanere chimera, frutto adulterato di una fantasia che confonde e mescola le carte. È la fine. È la resa dei conti. Nell’ultimo quadro, mentre, la lava che fino a quel momento grondava dalla buca si avvia verso sonorità più raffreddate, più distanti, si consuma il congedo. Dagli altri, da sé stessi. Di tutti da tutti, con quell’ultimo sguardo rivolto al pubblico come a una vita già trascorsa, come in quella foto, già cristallo di storia, in cui l’estate era ancora allo zenith e Maria e Pier Paolo, girandosi all’obiettivo, sorridevano, in un irripetibile istante di grazia. Applausi generosi e meritati. Una sfida vinta, questa Cronaca di un amore: quella avvicinarsi al sacro fuoco del mito senza esserne bruciati.

elide bergamaschi