MANTOVA – Con il volto travisato da una calzamaglia nonché armati di machete e roncola, avevano fatto irruzione nella sala giochi Best Game e, terrorizzata una dipendente, si erano così fatti consegnare i circa 4.200 euro in contanti, tutti in banconote di piccolo taglio, presenti in quel momento in cassa. Col bottino nel sacco si erano poi dileguati a bordo di una Lancia Y10 facendo perdere le loro tracce. Una fuga, quantomeno per uno dei due banditi autori del raid messo a segno esattamente un anno fa a Casaloldo, durata però solo il breve spazio di ventiquattrore. Dopo aver ritrovato a poca distanza dal territorio comunale di Casaloldo, l’utilitaria utilizzata per il colpo, risultata poi rubata, i carabinieri del Norm di Castiglione avevano infatti individuato e arrestato un pregiudicato italiano di 58 anni residente a Canneto sull’Oglio. L’uomo era stato fermato di ritorno da un viaggio in auto, e mentre i militari controllavano la targa, come detto di una vettura risultata rubata, si quindi erano accorti come il conducente stesse cercando di disfarsi di un plico di denaro: 2.200 euro, quasi metà della refurtiva. E dentro un borsone da viaggio, era stato infine ritrovato anche il machete con cui aveva minacciato la cassiera della sala giochi oltre alla tuta arancione da lui indossata quel giorno. Messo alle strette, aveva così deciso di dividere la colpa, oltre al maltolto, con il compare, fornendo così ai carabinieri più di un indizio per rintracciarlo. Si trattava di un 26enne cittadino albanese incensurato, scovato un mese e mezzo dopo i fatti nella sua abitazione di Asola. Anche per lui erano quindi scattate le manette ai polsi per l’ipotesi di rapina in concorso. La propria parte del malloppo era ancora in suo possesso mentre nel frattempo, a differenza del socio, si era disfatto della tuta arancione e della roncola abbandonate, e poi ritrovate, nascoste all’interno di un borsone nei campi sempre vicino a Casaloldo. Segnatamente, il 31 marzo 2025, i due si erano presentanti alla sala Best Game subito dopo l’apertura, quando nel locale non c’erano ancora clienti. Armi in pugno avevano quindi intimato alla cassiera di aprire la cassaforte e di svuotarla senza osare reagire o chiamare aiuto. Nel giro di pochi minuti i rapinatori erano riusciti a impossessarsi del denaro e a dileguarsi. Oltre alle analisi sulla Y10 utilizzata per la fuga e poi abbandonata, fondamentali si erano rivelate le riprese delle telecamere di zona. Una vicenda approdata quindi in sede processuale e conclusasi ieri, innanzi al giudice per l’udienza preliminare Maria Silvia Siniscalchi con sentenza di condanna in abbreviato, segnatamente a quattro anni di reclusione per il 26enne albanese, difeso dall’avvocato Aldo Pisani, e a due anni, cinque mesi e venti giorni per il complice italiano, rappresentato dall’avvocato Emanuele Luppi.







































