Home Eventi Una voce che profuma d’antico. Intervista esclusiva a Giuliana Gianfaldoni

Una voce che profuma d’antico. Intervista esclusiva a Giuliana Gianfaldoni

foto Giuliana Rigon

Il prossimo 26 maggio, Tancredi all’Opera di Roma segnerà per Giuliana Gianfaldoni un nuovo importante debutto: la sua prima Amenaide. Un appuntamento che rappresenta soltanto una tappa di un percorso articolato e multiprospettico, in vertiginosa ascesa. Perché oggi il soprano tarantino è una delle giovani belcantiste italiane più richieste sulla scena internazionale, protagonista di una carriera costruita con rigore e sapienza, levigando ad arte una vocalità luminosa che negli ultimi mesi ha trovato una nuova consacrazione nella sua prima applaudita Lucia di Lammermoor, prima al Théâtre du Capitole di Tolosa e poi al Teatro Mario Del Monaco di Treviso. Un ruolo che sente già profondamente suo e che tornerà presto a interpretare in altri prestigiosi teatri. L’abbiamo incontrata, per una conversazione in cui i ricordi si sono inanellati ai progetti futuri. 

Il ruolo di Lucia arriva spesso nella vita di un soprano come un punto d’approdo, il suggello di una maturazione tecnica ed espressiva che consente di accedere ad una scrittura impervia e apertamente sfidante. Dopo Tolosa e Treviso, che rapporto sente di avere maturato con questo personaggio? 

Lucia per me è stato un ponte tra il prima e dopo, prima di lei ero riluttante ad interfacciarmi con questi grandi ruoli, sono una perfezionista con grande senso critico. Ora sì, sono una Belcantista che padroneggia queste parti complete e complesse che mettono in luce aspetti vocali ed interpretativi complessi ma affascinanti, di grande presa anche sul pubblico.

In quale momento ha sentito che quella donna così tormentata poteva diventare “la Sua” Lucia?

Quando ho capito che non era una figura stereotipata per me, quando ho empatizzato con lei e con il dolore che vive, nel sacrificare se stessa per la famiglia, il suo onore, il suo corpo, il suo amore. E poi, chi al giorno d’oggi non vive situazioni scomode nella propria vita? Delle volte anche riportare nel canto esperienze personali aiuta a comprendere il significato e la profondità di un personaggio.

Per descriverLa è stato evocato il nome di Mirella Freni: un’assonanza che non si riferisce certo ad una mera questione vocale ma, piuttosto, all’eleganza, alla misura, alla naturalezza con cui, come il leggendario soprano modenese, Lei si impossessa della scena. Si riconosce in questa idea di canto “senza manierismi”? 

Mi riconosco nell’idea di un canto pulito, di un canto al servizio dello spartito ma anche dello spettatore. E sì, il paragone è stimolante e mi inorgoglisce. Ma parliamo di epoche e gusti interpretativi diversi.

Oltre alla Freni, quali altre interpreti sente particolarmente vicine alla Sua sensibilità e al Suo temperamento?

Maria Callas, per me è sul podio da sempre. Aveva il dolore nella voce, ma anche la gioia, la sensualità. È ciò che attraverso lo studio costante spero di riuscire sempre meglio ad approfondire, ovvero come far “passare” ogni emozione al pubblico.

Lucia è un ruolo che espone moltissimo: vocalmente, teatralmente, emotivamente. Che cosa Le ha permesso di scoprire, di nuovo, della Sua cifra di interprete?

In realtà sono emerse qualità che sentivo di avere, ma forse non ero pronta a condividere. Interpretare un ruolo non sta solo nel sostenerlo vocalmente, a volte non si è pronti a reggere quell’emozione che vive il personaggio. Non per nulla le grandi parti si “devono” affrontare in seguito ad una maturità anche anagrafica, di vita. É un impegno grande, di tempo, energia e tecnica da trasformare in personaggio credibile vocalmente e attorialmente.

Ha debuttato giovanissima e quasi subito è arrivato Salisburgo con Konstanze. Guardando oggi quella Giuliana del 2014, cosa La sorprende di più? Il coraggio dell’incoscienza o la lucidità con cui si è tuffata in quello che, sulla carta, sembrava a tutti gli effetti un azzardo?

Non sono sorpresa, sono felice per quella Giuliana che si è data la possibilità di vivere il suo sogno e di trasformarlo in un lavoro a tutti gli effetti. Ho sempre studiato, sono sempre stata sicura che avrei fatto la cantante; quindi, ho vissuto ogni esperienza come un dono e ho accolto le difficoltà, i no, senza demoralizzarmi ma con il sorriso, intuendo che dietro a tutto c’è sempre molto di più di quello che vediamo, un disegno che ci porterà alla fine a percorrere la strada destinata.

Nel Suo percorso si è notato molto repertorio mozartiano e belcantista, prima di allargare il raggio ad altri linguaggi e scritture. Una scelta di prudenza e di saggezza che stride con un mercato che gira vorticosamente. Le è stato difficile imporre un Suo ritmo di naturale maturazione e, forse, rinunciare ad alcune delle richieste che nel frattempo, immagino, Le pervenivano? 

Nel corso degli anni mi hanno proposto molti ruoli e di repertori diversi, ma ho sempre e solo ascoltato la mia voce interna, il mio istinto e soprattutto ho rispettato la mia voce. Fare una scelta non sempre è facile, ma penso che anche bruciare le tappe non mi si addica ed è più importante la mia integrità rispetto alla paura di non avere lavoro. A volte seminare poco ma bene è meglio che puntare su un unico debutto che rischia di portarci nel verso sbagliato.

Guardandolo dall’esterno, c’è un filo molto chiaro che sembra attraversare il Suo repertorio: donne dall’animo elevato, spesso più complesse di quanto sembrino — da Gilda a Nannetta, da Donna Anna ad Amenaide. A Suo avviso, è Lei a scegliere i personaggi o sono loro, in qualche modo, a scegliere Lei?

Sono assolutamente loro e sono venute da me in momenti precisi della vita quasi ad insegnarmi come affrontare situazioni complesse, o come poter vivere al meglio emozioni che non riuscivo ad elaborare. Per questo dico che per me il canto è un dono, è un veicolo grazie al quale capisco me stessa e posso condividere con chi ascolta quello che ho appreso.

A proposito di Amenaide: il debutto romano in Tancredi arriva in una fase molto intensa della Sua carriera. Che valore ha, per Lei, entrare per la prima volta all’Opera di Roma con Rossini, e con un personaggio così sospeso tra nobiltà e fragilità?

È il debutto in un teatro che aspetto da tempo, che ho visualizzato molto spesso e devo dire che sono molto felice di farlo con Rossini, autore cardine del mio sviluppo come cantante, e per di più posso farlo attraverso la voce decisa e combattiva, speranzosa e dolce di Amenaide. Ruolo ricco di sfumature sonore e interpretative, sarebbe bello poterlo affrontare più spesso.

Qual è stata la produzione più difficile da conquistare? Non necessariamente la più riuscita, ma quella che L’ha costretta a rimettere tutto in discussione?

Per una strana questione tempistica direi Lucia, ho impiegato più di qualche anno ad accettare di essere pronta per affrontarla. E devo dire che non vedo l’ora di ricantarla, penso che sarà uno dei ruoli fondamentali per me e che spero possa accompagnarmi davvero a lungo.

In questi anni è passata con naturalezza da Rossini a Donizetti, da Mozart a Verdi, fino ad incursioni nel repertorio francese. C’è un territorio che sente ancora “vietato”, o semplicemente non ancora pienamente affine alle Sue corde?

Uno dei ruoli che mi viene proposto di più è quello di Violetta, ad esempio, ma penso realmente che ci siano interpreti decisamente più indicate e che io possa dare il mio meglio in altri repertori. Lo stesso vale per Puccini, a parte Lauretta o Musetta, che pian piano credo metterò da parte.

Gilda occupa un posto centrale nel Suo percorso e L’ha portata in teatri molto diversi, anche simbolicamente importanti come quello di Muscat, nell’ultimo allestimento pensato da Zeffirelli. Qual è la Gilda che, secondo Lei, può meglio portare il pensiero verdiano nel nostro oggi? La ragazza ingenua vittima dei capricci spietati del potere o la giovane donna che, consapevolmente, sceglie il sacrificio di sé per amore?

Gilda è un amore profondo che ogni volta si riconferma perché è davvero un personaggio dalla scrittura prima eterea poi ricca e presente allo stesso tempo e Verdi lo ha reso un capolavoro perché ha saputo coniugare la fragilità e il sogno con il sacrificio e il coraggio. Questo connubio rendere Gilda e Rigoletto così moderni.

Tornando a Rossini, il Suo rapporto con genio pesarese sembra avere una dimensione per diversi aspetti familiare: l’Accademia Zedda, Pesaro, Corinna, Tancredi. Quanto ha inciso, il Rossini Opera Festival, nella costruzione della Sua identità artistica?

È stato lo slancio, il motore di tutto. Per me ha avuto un gran valore sia far parte dell’Accademia Zedda che ritornare a Pesaro successivamente. Praticamente quasi ogni anno ho cantato al ROF, mi sembra strano non tornarci quest’anno, ma a volte anche gli amori più grandi hanno bisogno di piccole pause per poi farsi desiderare più di prima.

Quando studia un ruolo nuovo, da quale angolazione costruisce il suo personale approccio interpretativo? Dalla parola, dalla linea musicale, dall’agire del personaggio nella vicenda?

La musica è la prima che parla, ogni compositore ha il proprio linguaggio interpretativo. Cerco di capire prima questo, poi aggiungo il testo e la storia e li aggancio alla musica. Solo alla fine aggiungo quel “mio” tocco che, se non condiviso dal direttore, richiede un compromesso: dal confronto nascono sempre cose interessanti.

Tra i prossimi impegni ci sono di nuovo Lucia, e Gilda, ma anche Mozart e Rossini. C’è un ruolo che custodisce nel cassetto, magari studiando in segreto, e che potrebbe sorprendere chi oggi La identifica soprattutto con il belcanto lirico-leggero?

Per il momento il mio sogno più grande era di debuttare Lucia, ora spero di darle vita in moltissimi teatri italiani e nel mondo, forse per scardinare un’idea di “voce” che è sempre stata attribuita a questo personaggio. A volte davvero leggero, a volte il contrario. La tradizione è sacrosanta, ma lo spartito a volte regala verità che potrebbero essere apprezzate da un pubblico più vasto se espresse nel modo giusto. Se sta per chiedermi un sogno nel cassetto le rispondo I Puritani.

Un’ultima curiosità: esiste una produzione, un teatro o un direttore con cui sogna di lavorare e che ancora manca nel Suo percorso?

Lo seguo da quando ero piccola…il Maestro Muti. Lui è un sogno, il suo orecchio, la pulizia di suono che richiede e il rispetto per ciò che ci è stato tramandato. Un teatro? Non ne esiste solo uno, sto iniziando una nuova fase della mia vita artistica e penso solo che a questo punto non posso che sentirmi grata ed emozionata per quello che verrà e orgogliosa di aver già fatto così tanto. Mi auguro di poter donare sempre qualcosa di speciale e di dare il mio contributo alla custodia e all’interpretazione in Italia e nel mondo di quel patrimonio immenso che abbiamo ereditato dai Maestri del passato.

Elide Bergamaschi