MANTOVA – Non invecchiano mai, forse perché nostalgici e invidiabilmente sognatori lo sono stati sempre. I Pet Shop Boys hanno confermato che la migliore musica britannica non è ingabbiata nel mondo noioso e impalpabile del realismo quotidiano. Dopo quarant’anni, i due ragazzi conosciutisi in un negozio di elettronica sulla nota Kings Road di Londra suonano ancora con l’entusiasmo del primo giorno, innamorati della musica da club come forma di bellissima liberazione. Per due ore Neil Tennant e Chris Lowe, materializzatosi indossando elaborati copricapi di metallo e abiti sgargianti, hanno accompagnato i tantissimi spettatori presenti in piazza Sordello in suggestivo viaggio attraverso le hits di una carriera straordinaria, con un focus evidente sugli anni ’80 senza però dimenticare altri periodi per un gruppo che non ha mai smesso di sperimentare e pubblicare musica nuova. Il Dreamworld – The Greatest Hits Live Tour, partito nel 2022 da Milano, non dà segni di stanchezza e anche a Mantova ha comprovato l’abilità dei “ragazzi del negozio di animali” di tramutare un tour celebrativo in uno straordinario spettacolo in stile pop musical theatre. Che si apre con Tennant e Lowe soli sul palco, sotto le luci di due lampioni che li illuminano davanti a un maxischermo su cui scorrono linee geometriche che si rincorrono e con i volti nascosti da maschere a forma di diapason. Se i visual sono innegabilmente una parte fondante dello show, l’uso soprattutto di figure geometriche in movimento piuttosto che esplosioni di colori fa sì che queste non rubino mai attenzione alla musica ma si fondano con essa in un perfetto gioco di sponda tra audio e video. È Suburbia ad aprire lo show, pezzo che incarna la doppia anima dei Pet Shop Boys: synth pop melodico con un testo che parla della violenza dei sobborghi di Los Angeles e Brixton, tema drammaticamente attuale. Il primo blocco comprende anche Can you forgive her, Opportunities e il medley tra le cover di Where the streets have no name degli U2, Rent e So hard. Brani bastati per togliere tra la distesa di sedie della platea e il palco ogni barriera fisica: il pubblico si è alzato in piedi, lasciando la propria postazione e riversandosi a ballare. Pochissime interazioni durante la serata: lo spazio è tutto per loro, le canzoni. E allora via con il secondo blocco con Let my own devices, Domino Dancing, dove Tennant invita il pubblico a cantare con lui e il pubblico non si fa pregare accompagnando a gran voce tutti i ritornelli, e poi l’iconica Paninaro, tributo a una sottocultura tutta italiana che ha segnato i nostri anni ’80, Always on my mind, New York City Boy, Jealously e Loves Comes Quickly. Alche dalle tribune non resistono: tutti i piedi a battere le mani. L’ultimo blocco è un susseguirsi di emozioni e giochi di luci: ad aprire le danze sono Dreamland, Heart, What have I done to deserve this?, in cui Tennant duetta con la Uchima, e It’s Alright. Poi ecco arrivare Go West, iconico brano dei Village People, e It’s a Sin, da molti considerata la loro miglior “creazione”, dove melodia e potenza sintetica raggiungono l’apice mantenendo intatta la gloria cinematografica originaria. I bis sono dedicati a due perle come West End Girl, accompagnata dalle immagini del video originale del 1984, e Being Boring, dove le luci si moltiplicano grazie al visual fino ad avvolgere i due. Lo spettacolo è finito, si spengono le luci, ma non si smette di cantare. D’altro canto in questo periodo musicalmente arido, fatto di grandi eventi e poca musica che riesca a fronteggiare la prova del tempo in un bulimico “ascolta e dimentica”, chi può permettersi un repertorio così ricco di canzoni rimaste nell’immaginario collettivo è autorizzato a sfruttarlo senza cedimenti. Assistere a uno spettacolo del genere ti restituisce vita, energia e spensieratezza. Hai detto niente.
































