Viadana Ormai ci siamo, sono le ultime quantità di inchiostro a scandire i tempi fino al fischio d’inizio del signor Piardi, l’arbitro designato per dirigere la finale scudetto. Una finale che viene organizzata dalla Lega Italiana Rugby, proprio come ai tempi della LIRE. Giulio Arletti e Francesco Zambelli, presidenti di Viadana e Rovigo, sono due delle figure apicali della LIR e il patron giallonero può trasmettere il punto di vista di un club che stupisce senza sorprendere, perché le sue caratteristiche continua a esternarle da due anni a questa parte e approda di nuovo alla finale del massimo campionato di rugby, che torna ad essere un evento sportivo e mediatico.
La finale scudetto registra il sold out al Lanfranchi e andrà in diretta su Rai 2. La strada intrapresa sembra quella buona, cosa ne pensa?
«Lo stadio Lanfranchi di Parma è una struttura nata per il rugby internazionale ed ha una capienza esigua di 4700 spettatori; il fatto che una finale fra due squadre italiane faccia il tutto esaurito di questi tempi può sorprendere molti, ma personalmente lo trovo solo un buon inizio. Se aggiungiamo che le due finaliste sono tra le più seguite come tifosi, per noi addetti era quasi scontato il sold out. Piuttosto devo fare i complimenti al Petrarca perché il Plebiscito in semifinale col Rovigo mi ha positivamente stupito, bravi davvero! La diretta Rai 2? E’ già il secondo anno ed è frutto di un bel lavoro svolto dalla Federazione e da Luca Pezzini: è importantissima quella finestra in chiaro aperta al grande pubblico, poi sta soprattutto a noi e alle squadre valorizzarla al massimo».
Due finali in due anni è impressionante anche solo da dire. Quali sogni ha Giulio Arletti per il post finale?
«E’ bellissimo, non si può negare. E memore della finale scorsa, sogno che il detto “a rugby o vinci o impari” si realizzi quest’anno. Se non sarà così, vorrà dire che avremo imparato di più…».
Il Viadana è una squadra vincente, al di là dell’esito della partita odierna. Ma che giocasse un rugby tanto bello era nei programmi?
«Sì, assolutamente era nei programmi. Non amiamo il rugby pesante con mischie ripetute e lente. Penso che la chiave della notorietà di questo sport sia proprio nel mix fra skills, velocità e forza. Ci sono ancora troppi tempi morti in una partita e le fasi statiche non aiutano la comprensione del gioco ai neofiti. In più odio letteralmente i calci piazzati, li vedo come un non voler combattere ed un sollievo per l’avversario. Mi piacciono solo quando sei sotto di 2 punti al 79° e ne guadagni tre».
Saranno molti i giocatori che la entusiasmano, ma ce n’è uno per cui vorrebbe spendere due parole in più?
«Sì, direi che i nostri mi entusiasmano tutti. Io li vivo come squadra e quindi un tutt’uno e a volte sbaglio, ma un gruppo forte trasferisce ad ogni singolo la propria forza agli occhi di chi lo forma. Forse anche per questo si rimane delusi quando qualcuno parte per un altro club. Poi, non mi stancherò mai di ripeterlo, per me il più forte di tutti è e rimarrà Ramiro Finco».
L’anno scorso la parola che ha accompagnato soprattutto la prima parte di stagione del Viadana era underdog: ora è sparita. La cosa gratifica o la innervosisce?
«Non so come ci chiamano e sinceramente non me ne curo, ma so e sento i complimenti che riceviamo per come lavoriamo. Applichiamo un’etica nel fare la squadra e Gamboa è un maestro in questo, poi tanti usano eufemismi a seconda che piaccia o meno… A me, sinceramente, interessa solo che funzioni».
Il presente è la finale, ma un bravo imprenditore ha l’abitudine di guardare oltre l’orizzonte: cosa vede nel futuro?
«Vedo un cambiamento. Non mi soddisfano tante cose nel rugby italiano di questo periodo. Ho molte idee di cui parlare, ma poche orecchie pronte ad ascoltarle e meno ancora menti in grado di capirle. Ma si va avanti a testa bassa, come sempre».
Torniamo al presente: quale che sia il risultato della finale, questo biennio ha scritto e sta scrivendo pagine importanti della storia del club. Cosa la rende più orgoglioso?
«Non mi sento quasi mai orgoglioso per questi risultati, ma vedere gente felice per ciò che stiamo facendo ti fa stare bene».




































