Lo scorso 7 aprile, appuntamento di punta della Stagione Concertistica del Teatro Regio di Parma, la scena era tutta per l’arte, alchemica e ritrosa, di Grigory Sokolov. Ultimo testimone di una scuola russa oggi dissolta in mille correnti, ultimo cantore di un mondo in cui i silenzi contano più delle parole, il sacerdotale distacco più dell’umana seduzione. Sul leggio, il programma da solo prometteva meraviglie: intessuto di assonanze intime, memorie ricorsive, interrogativi brucianti. Come mancare? E infatti c’eravamo tutti, raccolti come per un rito da consegnare alla memoria, con un’attesa trepidante ancora nel foyer, a sipario chiuso. Poi, l’ingresso. Silhouette da maggiordomo, nessun sorriso, nessuna esitazione. Qualche passo, eseguito macchinalmente, fissando davanti a sé, ed è già sortilegio; un istante, e – senza soglia – ecco la musica squadernarsi. L’eleganza di un mondo sottovetro, appesa al pedale una corda, appena increspata dall’irrompere di sporadiche scintille. Un mondo inamidato, quasi stucchevole nella sua compostezza, che si offre al ritrattista con seriosa obbedienza. Nessuna indulgenza alle intemperanze della giovinezza, che pure la scrittura invita ad afferrare a ogni battuta; nessuna concessione alla tenerezza cui Ludwig van Beethoven allude, tra una galoppata e l’altra. L’op. 7 – quarta delle Trentadue Sonate– diventa, tra le dita artigliate di Sokolov, una creatura cristallina eppure sfuggente: il suono breve, quasi anticato, da fortepiano; il canto nudo, affidato a una linea superiore granitica e insieme lieve, distesa su una trama magra. È come se il pathos venisse asciugato dall’interno, scarnificato in un esercizio di stile che ne mette alla prova i cardini in una tensione implosiva, destinata a rinserrarsi su sé stessa sulla traiettoria di un sentiero arcinoto, ossequiato come una preghiera quotidiana. Ma in questa liturgia personale, nella quale l’uditorio è presenza del tutto irrilevante, a mancare è la disponibilità ad accogliere lo stupore – cifra della giovinezza –, di aprirsi a quel desiderio che gonfia le frasi della più primaverile tra le Sonate del primo periodo. La levità, cesellata con l’inconfondibile pennino del pianista pietroburghese, è priva di ironia e di autoassoluzione; incapace di sorridere, già abitata da una consapevolezza che sa di vita vissuta. Tutto ciò che qui scorre ancora una volta è, in realtà, già cristallo di storia, insetto alato imprigionato nell’ambra millenaria. In questo disegno affrontato come una passeggiata di un monaco nel chiostro, anche il Largo si muove in un bianco e nero, senza conciliazione: i suoi elementi contrastanti non trovano mai il velluto di un abbraccio, affidati al ticchettio ostinato delle semicrome, come lancette implacabili di un tempo senza batticuore. Il pianoforte di Sokolov diventa così camera oscura, tavolo anatomico per indagini al laser, impietosamente oneste, dissanguate dei loro umori vitali. L’humor severo dell’Allegro e il congedo lieve del Rondò finale passano attraverso una lente monofocale, ostinatamente rivolta all’olimpico passato dei sommi classici, seppur già venata di profumi schubertiani.
E là dove la Sonata si spegne, attraversando in un respiro un ventennio, dalle ceneri della sua stessa sostanza, sembrano affiorare le Bagatelle op. 126: mondi compressi in poche battute, nuclei esplosivi e struggenti, levigati fino a esporne l’anima dolente, profetica, folle. Distillati di uno sguardo ormai sublimato, che Sokolov plasma da mastro vetraio: vetrate istoriate, vicende appena scaldate da un sole d’autunno, in cui ogni dettaglio parla; ma, come nei capolavori medievali, l’autore resta nell’ombra, nascosto nel cuore dell’opera. Un narratore onnisciente, che tutto sa ma che nulla racconta di sé. Quando poi, nella seconda parte, la D.960 di Franz Schubert prende il largo, il senso del congedo è ovunque: nel passo placido, nella sobria, quasi scorbutica saggezza con cui vengono governate correnti e secche. Nessun rimpianto, nessun desiderio. L’emozione si appiattisce in uno sguardo perpendicolare, cristallino, reso appena più morbido da una malcelata commozione che arrotonda gli spigoli beethoveniani in un dire intimo, mai febbrile, custodito nel suo segreto pulsare. Solo qualche brivido, improvviso, apre il vuoto in questo teatro interiore, con i trapassi resi come brevi, privati tuffi del cuore. Il pudore vacilla appena di fronte all’Andantino: affresco dolente, desolato, risolto con una marcia forzata contro il montare dei ricordi, prima di incamminarsi nel misurato Scherzo, con il Trio centrale sferzante e sentenzioso, via verso l’uscita dell’Allegro ma non troppo, in punta di piedi, a passo d’uomo, mentre sullo sfondo affiora un remoto zoccolio, un barbaglio, un canto appena accennato. Un attimo, e tutto scompare. A restare è l’incanto di un mondo fermato per sempre nell’eterna istantanea di acquerello appeso alla parete. Poi, come sempre, la cascata dei bis: sei, nel segno di una numerologia ossessiva e ricorsiva. Da Chopin a Scriabin, lambendo i territori oscuri della Seconda Rapsodia op. 79 di Brahms, fino all’immancabile roccia nuda dello chopiniano ventesimo Preludio dall’op. 28. Un viaggio nella materia stessa dello strumento, alle sue estreme escursioni. Ovazioni. Teatro a un passo dal tutto esaurito, come nelle grandi serate d’opera. Per ritrovare una simile partecipazione bisogna risalire a decenni ormai lontani, a nomi oggi leggendari e, ahinoi, lontani anch’essi. Ma un concerto di Sokolov è questo. Un rito sempre uguale, sempre diverso, a cui affidarsi senza riserve. Roba d’altri tempi, appunto.
Elide Bergamaschi








































