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Dai colli di Volta alla piana di Gonzaga si faceva la gara dei suini mantovani top

La Fiera suinicola di Volta Mantovana e la Fiera Millenaria di Gonzaga erano tappe indiscutibili nella gara dei suini mantovani top. Si facevano entrambe a settembre, quando l’estate lascia il posto alle prime brume autunnali, quando la campagna e gli agricoltori guardano alla programmazione di nuove stagioni. Lassù, sui colli di Volta, la Fiera suinicola aveva valenza regionale ed interregionale, laggiù oltre il Po, sulla strada che porta alla provincia di Reggio-Emilia, la Fiera Millenaria ospitava, ai tempi, molte rassegne zootecniche e ogni animale aveva una giornata e una zona dedicata, e c’era il suino, il re della zootecnia padana. E dovevi vedere gli allevatori come andavano fieri dei loro capi allevati con cura e premura, con scienza e competenza, e li vedevi orgogliosi nelle rassegne quando ogni suino passava alla valutazione di tecnici e commissioni di esperti. Perché come è ovvio e come si sa i suini non sono tutti uguali, c’è suino e suino, c’è allevamento e allevamento, diciamolo senza tema di smentita c’è maiale e maiale. Sovviene alla mente in particolare un’edizione tonda per l’anno in cui si è tenuta e cioè il 1980, e quella era la 15° Mostra suinicola dei colli a cui partecipavano, sono andato a spulciare da un articolo che avevo fatto anche per il settimanale di settore l’Allevatore, ben 250 capi di decine di allevatori delle province di Mantova, Brescia e Milano. L’esposizione della ricerca e della selezione, veniva detto. Ricordo gli accorati interventi dei big del comparto l’allora presidente dell’Associazione provinciale allevatori di Mantova Carlo Petrobelli, il presidente della Sezione Suinicola Giulio Sereni, il presidente nazionale dei suinicoltori Doro Caffagni. Tra l’altro la Mostra di Volta Mantovana anticipava di qualche settimana la grande rassegna suinicola di Reggio-Emilia, che faceva da festival nazionale ed internazionale del settore. E come potete vedere e notare da Volta Mantovana a Reggio Emilia Fiera via Gonzaga Millenaria, si può dire che si giocava in questo quadro geografico il grande slancio della suinicoltura anni Ottanta e Novanta. Con tutti i suoi grandi problemi di tutela e di vigilanza, di ricerca per la soluzione dello smaltimento dei liquami e del rapporto con il territorio, ma quel che ricordo era il grande slancio tecnico e scientifico. Fu Un grande dirigente e tecnico del settore zootecnico che era anche direttore dlel’Apa di Mantova il dottor Isalberto Badalotti a farci una lezione magistrale sul ruolo e sull’importanza della mostra siniscola non solo per far vedere strutture morfologiche e risultanze tecniche ma anche per far capire l’evoluzione dell’allevamento. Ho ancora degli appunti di quell’anno 1980. “Gli animali visti in Mostra a Volta quest’anno -mi diceva Badalotti- si possono definire veramente eccezionali sotto il profilo morfologico e anche sotto quello genetico. In questa manifestazione -ricordava il compianto dottor Badalotti- tutti i soggetti esposti sono accompagnati da prove genetiche o di combined test o di progeny test per cui ogni capo oltre alla qualifica morfologica viene valutato e valorizzato per il patrimonio genetico”. Insomma forte dentro e bello fuori. Certi maiali erano delle vere e proprie star. L’altro standard del suino in mostra a Volta Mantovana veniva confermato anche dal successo dell’asta dei giovani verri provati e dei capi messi all’asta: su 21 capi messi in aggiudicazione ben 17 venduti e 4 ritirati. Allargo gli occhi e vedo dagli appunti per quella edizione che un verro Large White andò in asta per una cifra superiore ai 5 milioni di lire. Che tempi, che numeri. Per dire dell’importanza dell’economia del maiale ma anche del mondo del maiale per la sua implicazione sociale, culturale, antropologica e rituale come ci insegnano antropologi, scrittori, storici e ricercatori di costume. Vedo quelle foto del 1980 ed ecco l’allora assessore regionale all’agricoltura Ernesto Vercesi, accanto al consigliere regionale Giancarlo Siena, un po’ dietro il presidente della Camera di Commercio Cirillo Bonora e in fascia tricolore il sindaco e altri dirigenti di enti agricoli.

 

Ma di quelle volte a Volta Mantovana e a Gonzaga Millenaria ricordo anche le atmosfere e gli sguardi di allevatori e compratori, di mediatori e produttori di mangimi, di veterinari e trasformatori, di industriali e commercianti, ovvero lo sguardo di gente che sente di far parte di una filiera. Parola magica filiera, ma la domanda è sempre lì: tutti sono consapevoli di far parte di una filiera? Un interrogativo che a dire il vero può riguardare anche tanti altri settori e comparti. Ricordi ancora illuminati e illuminanti di quei primi anni Ottanta durante i quali l’agricoltura e la zootecnia erano alla ribalta per le scelte dell’allora Comunità economica europea (oggi Ue) su limiti e quote, sostegni e competizioni. Era bello vedere che ad una Fiera e ad una mostra tutti cercavano di capire e collaborare, promuovere e sostenere. Le cose sono andate avanti e molta acqua è passata sotto i ponti ma la passione degli allevatori. che vogliono fare davvero gli allevatori, è rimasta uguale e si è trasferita ai giovani e anche alle giovani. Ad un recente incontro di allevatori suinicoli ho incontrato un giovane allevatore suinicolo della provincia di Treviso che sulla scorta della tradizione e dell’esempio dei nonni e dei genitori è arrivato a gestire tre mila capi, così come una allevatrice neanche venticinquenne della provincia di Udine, con l’attenzione ai sistemi di controllo ambientale e di benessere animale. E’ stata una bella occasione di ritrovare slanci e passioni che incontravo anche più di quarant’anni fa. Ma perché il maiale attira così tanta attenzione non solo economica ma anche culturale e sociale? Perché il maiale è l’animale simbolo della tradizione contadina dalle nostre parti come da tante altre parti. Ci si parla, ci si gioca, con il maiale in campagna si può fare “quasi amicizia” (molte virgolette), come ricordano molti che hanno vissuto da bambini in campagna e sanno bene che era una bella cerimonia accompagnare la nonna o la zia a portare da mangiare ai due tre maialini che si allevavano in corte. Una cerimonia, un rito quotidiano, una sorta di appuntamento fatto di piccoli gesti e di borbottamenti, suoni di richiamo e di intesa. Mondo piccolo, mondo grande, dentro. E poi anche la sua “destinazione finale” diventava un fatto di mediazione sociale e culturale. A fine dicembre il rito dei riti. Immaginate dieci o quindici persone che girano per la casa, mica una casa qualsiasi, una casa grande, con stanze grandi che in città affitterebbero come un loft o un monolocale, di una corte bella grande, e squadrata come si deve, con al centro la grande aia, con i risoi, e il fienile da una parte e le purtghine dall’altra, insomma tutto regolare, anche per l’occhio, di una corte di campagna della bassa mantovana. Ed ecco che nel freddo polare spunta il profumo della grepole appena fatte, delle cicciole bollenti. Sono cose che segnano nella vita, profumi indelebili e indimenticabili per tutta l’esistenza. Immaginate il nasino di un bambino che gira per casa tra norcini, i masìn, e i familiari, tanti familiari tra nonni, zii, zie, cugini, zie lontane che venivano apposta per l’occasione, cognati di cognate, probabilmente gente che non era nemmeno parente, ma arrivava col titolo di aiutante per la grande occasione di fine dicembre, della fine dell’anno: i giorni freddi dei salami. Grandi atmosfere ricordando grandi fiere.