C’è tutto il teatro sornione e dissimulatore, bonario e feroce, del miglior Rossini, nell’Italiana in Algeri approdata, la scorsa settimana, al Municipale di Piacenza, dove, reduce dal trionfo modenese, è la macchina poetica della vicenda a svelarsi in quel dissimulare che procede per piani prospettici, in quell’infinito illusionismo che precede il levarsi del sipario. In buca, a dipingere con magnifica autorevolezza, è Alessandro Cadario. Visionario e asciutto cesellatore di mondi sonori, il direttore conferma oggi quella sorgiva musicalità che già avevamo intercettato, a sorprendente rivelazione, al Carlo Rossi di Casalpusterlengo, allora Teatro Comunale (si parla, ormai, di vent’anni fa, quando la classica aveva ancora un ruolo centrale in un cartellone che rivaleggiava con quello delle città) alla testa de I Pomeriggi Musicali. Il suo gesto, sempre alato, forte di una più solida consapevolezza maturata sul campo, affondato nelle ragioni della musica e nell’anima delle sue trame più che nella patina degli effetti estemporanei, guida in questa avventura rossiniana una valorosa Orchestra dell’Emilia-Romagna, pungolata ad arte, la chiama a sfoderare i suoi numeri migliori. E ad uscirne è un Rossini al quadrato: pericolosamente smagliante, sempre in ardito equilibrio tra parossismo ed esitazione, tra vitalismo caricaturale e imbambolata immobilità. La conduzione del direttore milanese leva la polvere degli eccessi e degli stereotipi, catturando uno spirito arioso e punteggiato, fluido e insieme articolatissimo: in una parola, l’ossimoro insito al dramma giocoso, con gli occhi sempre pronti a stanare la sorpresa, il colpo di scena che Rossini, canaille, nasconde a moltitudini tra le pieghe della pagina. Il perimetro è dettato fin da subito, da quella Sinfonia disegnata in punta di pennino a sipario ancora chiuso: un piede sull’acceleratore che sfida il vento e il fiato, spavaldo senza spacconerie, implacabile. In questo rigore trova spazio la visione registica di Fabio Cherstich (ben coadiuvata dalle scene di Nicolas Bovey e dalle luci di Alessandro Pasqualini), che declina il Palazzo di Mustafà in un cantiere adagiato in un deserto non precisato. Sotto un sole a picco, tra gigantesche palme gonfiabili e un trionfo di cemento e di calce in sacchi, i ponteggi e i gabinetti rimediati alla meglio dicono la provvisorietà, diventata nel frattempo casa, di un mondo abitato da uomini — manovali (il puntualissimo coro Merulo di Reggio Emilia) e strabilianti mimi-acrobati dalle maniere ruvide e chiassose — dove la femmina è chimera e sogno proibito e la complicità virile è strategia di sopravvivenza. Il Mustafà di Giorgio Caoduro è smagliante: un macho latino stanco della moglie Elvira (la brava Gloria Tronel), intrappolato nella propria corazza egocentrica, bisognoso di conferme, gaffeur seriale quanto inconsapevole. Gli fa eco il Lindoro di Antonino Siragusa, arrivato in corsa a sostituire un indisposto Ruzil Gatin, capace di un fraseggiare naturalissimo e di acuti svettanti che si pongono come perfetto contraltare allo scultoreo cesello del baritono. Ma è il Taddeo di Marco Filippo Romano a risultare irresistibile: vocalmente imperioso e scenicamente maldestro, trasforma il calzettone bianco nel sandalo aperto in un dettaglio di micidiale aderenza alla parola. La sua voce è marmo levigatissimo, lo scandire della pulsazione rossiniana è un manuale di canto. In questa cornice, la Isabella senza sbavature di Laura Verrecchia si muove come un’aliena. Stratega audace e cinica, amministra, sostenuta da una vocalità di assoluto pregio, il potere del corpo attraverso quello della mente, orchestrando i destini altrui senza sparare un colpo e piegandoli al suo progetto. In buca, con Cadario che “surfa” le onde di una girandola di equivoci, l’orchestra ne sottolinea ogni mossa, sorniona e guascona; sta con la schiava approdata a riva a seguito del naufragio del suo vascello, ma non può evitare di provare simpatia per il mal assortito trio di uomini che, a terra, se ne contendono i favori. Straordinaria la gag di Mustafà, surriscaldato da amorose vampate e placato dal ventilatore puntato sulle parti intime, con il prezioso il clavicembalo che profuma d’altrove mimando passi mozartiani, a cui farà eco la trina riconciliante dei clarinetti, velluto puro, in apertura di secondo atto. Poi, come da copione, per un istante tutto si congela. I personaggi iniziano a balbettare prima di sciogliersi nella follia “organizzata e completa” di stendhaliana memoria. La commedia degli equivoci che l’infernale macchina rossiniana attorciglia attorno alla cerimonia del Kaimakan si trasformerà in un rito demenziale e festoso, dove l’eletto Pappataci diventerà bersaglio di una crudele beffa gastronomica. La distanza tra il caos percepito e la disinvoltura con cui è abitato genera il comico puro. Il gabbato Mustafà ci mangia sopra. Taddeo si consola. E l’amore trionfa, spavaldo e incurante. Applausi scroscianti per una compagnia ben punteggiata, capace di abitare l’improbabile con una lucidità che non deraglia mai. Per chi se lo fosse perso, per chi ne volesse gustare ancora il piacere dell’ascolto, questa Italiana è disponibile su youtube.it, catturata in streaming nella recita modenese.
Elide Bergamaschi








































