Home Eventi Trame Sonore: Bibiena gremito ad accogliere Malov e Stumm

Trame Sonore: Bibiena gremito ad accogliere Malov e Stumm

MANTOVA Il culmine della seconda folle journée di Trame Sonore, sicuramente, è stato in un Bibiena gremito, alternativa last minute, causa annunciato maltempo, all’originaria cornice di Piazza Santa Barbara. Qui, il violino magico di Sergey Malov si è fatto nobile incantatore, insieme alla viola di Jennifer Stumm, di una Sinfonia Concertante in mi bemolle maggiore K364 che, in un dialogo sempre vivo con un’Orchestra da Camera di Mantova in gran spolvero, era puro istante di grazia. Mentre la notte calava sulla città, l’anima mozartiana, messa a nudo da un gioco delle parti intimamente complice, nello scoprire le pieghe interne, i non detti, annunciava la sua disarmante confessione: quella di un’inesauribile aspirazione alla felicità, nel gioco di echi, trilli, fremiti che percorreva come una corrente di puro vitalismo l’intera compagine, ma anche quella del denso, scuro pathos, del veleno che opprime, come una nube, il secondo movimento, già presago degli anni amari della fine, punteggiato da silenzi di pietra che i due solisti, nel magnifico intreccio di intenti, lasciavano parlare, prima di rituffarsi, nel più mozartiano dei modi, nel gorgo della vita, nell’elettrizzante baldanza del Presto finale. Come sempre andando a ritroso, mezz’ora prima, in una Sala degli Specchi in overbooking, con tanti rimasti sulla porta a carpire qualche folata di note, l’olimpica misura del Quartetto di Cremona aveva scolpito lo schubertiano “Der Tod un das Mädchen” apponendovi la sua pregevole cifra distintiva di sobrio nitore, nella compattezza stringente con cui i brucianti contrasti di cui vive questo monumento venivano intrecciati in un abbraccio inestricabile, fatale. La morte e la fanciulla, figlie della stessa radice, anche nel timbro, nelle tinte sempre sorvegliate, intimamente affini, destinate a rincorrersi e a desiderarsi, ad evitarsi e a ritrovarsi, in un gioco che i quattro archi sfrondavano da qualsiasi orpello retorico e mettevano in luce, nella sua spietata evidenza, fino alla corsa, a perdifiato, del perpetuum mobile finale, attraverso la vita, verso la morte. Come a dire: ecco la differenza tra quattro eccellenze riunite attorno alla stessa pagina e un vero quartetto. E ancora: era solo la loro seconda volta insieme, ma l’affinità elettiva tra Hanno
Müller-Brachmann e Gabriele Carcano faceva immaginare chissà quante pagine già macinate. A loro, forse – ma come si può dire, in un’overdose di tanta bellezza? – va la palma dell’ascolto del giorno. Nella calura del pieno pomeriggio, in un Bibiena in cui erano troppe le poltrone vuote rispetto all’occasione, i due hanno percorso, in un’ora in cui anche le lancette del tempo si erano messe a tacere, le quattordici stazioni dell’ultimo ciclo schubertiano, quello in cui tutto sembra condensarsi e, al tempo, congedarsi. Pagina dopo pagina, la voce del baritono tedesco trovava l’assetto fino ad immergersi con progressiva adesione al tracciato della parola, così intimamente avvinghiata al dire (e al non dire) del pianoforte, in un viaggio esperienziale che attraversa ogni declinazione dell’umano sentire. Lo slancio della giovinezza, la speranza, il ricordo, l’inesausto dialogo con la natura, fino alle ultime propaggini, in un territorio ormai estraneo, nebbioso, in cui anche l’io è sconosciuto a sé stesso. Al pianoforte, la tela di Carcano era filigrana sottile, millimetrica, ad avvolgere con partecipata essenzialità ogni sillaba. Potrebbe bastare, ma ci sia permessa un’ultima annotazione, inevitabile, anzi, due: un applauso particolare alla raffinata, scalpitante intensità con cui il Trio Vecando, con lo statuario Can Çakmur al pianoforte, ha delibato un memorabile Trio op. 8 di Brams. E un applauso ammirato a Gemma Bertagnolli che, oltre ad impreziosire sin dai suoi esordi questo Festival con le sue preziose interpretazioni, è stata ieri protagonista di un’avvincente chiacchierata, insieme ad Alessandro Stella e Alberto Mattioli, su musica, vita e massimi sistemi. Qui la voce non cantava, ma l’in-canto, la profondità, la ricchezza di suggestioni erano autentici cristalli di note.