C’è una frase attribuita a Franz Liszt che sembra scritta apposta per raccontare l’anima di uno dei festival più suggestivi d’Europa: «Le arti sono il mezzo più sicuro per sottrarsi al mondo; sono anche il mezzo più sicuro per unirsi ad esso». È esattamente ciò che accade, da oltre settantacinque anni, al Festival de Menton, dove musica, paesaggio e memoria si fondono in un’esperienza che ha il sapore della leggenda.
La storia comincia la sera del 5 agosto 1950. Sono le 22, il palcoscenico è il sagrato affacciato sul mare, e a inaugurare questa avventura è il Quatuor Végh con musiche di Joseph Haydn, Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven. Da allora, poco è cambiato nella formula magica: la luna come riflettore naturale, il rumore delle onde come sottofondo, le facciate barocche come scenografia, e soprattutto artisti capaci di trasformare ogni concerto in un momento irripetibile.
A custodire e rinnovare questa eredità è oggi Paul-Emmanuel Thomas, direttore artistico che ha saputo imprimere al festival una direzione chiara e contemporanea. Il suo lavoro si distingue per una visione curatoriale attenta all’equilibrio tra grandi interpreti e nuove generazioni, tra repertorio canonico e aperture verso linguaggi meno convenzionali. Non una semplice programmazione, ma una vera e propria narrazione musicale, capace di accompagnare il pubblico in un percorso coerente e sorprendente.
Ed è proprio questa capacità di reinventarsi, senza tradire la propria identità, a rendere il festival ancora oggi vitale. Alla sua 77ª edizione, il Festival de Menton si conferma come un crocevia internazionale: circa 150 artisti da tutto il mondo si alternano in un programma che attraversa epoche e stili, mantenendo intatto il dialogo tra tradizione e contemporaneità — una cifra stilistica che porta chiaramente la firma di Thomas.
L’apertura è affidata all’Orchestre Philharmonique de Nice diretto da Lionel Bringuier, con il violoncellista Gautier Capuçon impegnato nel primo concerto di Camille Saint-Saëns. Ma il cartellone è un mosaico ricco e sorprendente: si passa dall’omaggio a George Gershwin firmato dall’Amazing Keystone Big Band, alla vitalità barocca di Antonio Vivaldi reinterpretata da Thomas Dunford insieme a Nicolas Altstaedt.
Non mancano le incursioni più personali, come quelle del pianista e compositore Fazıl Say, che intreccia Johann Sebastian Bach alle proprie creazioni, o l’atteso debutto del violinista Leonidas Kavakos. Il programma accoglie anche raffinati omaggi alla vocalità barocca e grandi interpreti del pianismo contemporaneo come Alexandre Kantorow.
Accanto ai grandi nomi, il festival continua a investire sul futuro: giovani talenti, collaborazioni didattiche e format innovativi animano spazi come il Palais de l’Europe e l’Esplanade des Sablettes, dove la musica classica dialoga senza timori con repertori inattesi — da Bach fino ai Beatles. Una linea progettuale che riflette pienamente la visione di Paul-Emmanuel Thomas: coltivare la tradizione non come museo, ma come materia viva, aperta al dialogo e alla scoperta.
Il risultato è un festival che non si limita a custodire la propria storia, ma la rilancia ogni anno con nuova energia. A Menton, nelle sere d’estate, la musica sembra davvero capace di cambiare la percezione del tempo. E forse non è solo una suggestione: sotto quel cielo, tra mare e pietra, le stelle sembrano brillare un po’ di più. Il programma è consultabile al sito https://www.festival-musique-menton.fr/.
elide bergamaschi






































