Ragione, addio sottopassaggio. Il medioevo si sposa col cemento

MANTOVA “Occorre fare dialogare l’antico con il nuovo”. Quante volte la si è sentita questa frase che rientra nel breviario degli architetti d’oggi, tutti più che mai preparati con questa trita formuletta del “dialogo a distanza” fra i secoli a giustificare gli interventi più invasivi e le dissonanze più stridule, né più né meno di quanto avviene quando il gusto dei parvenu avalla per compiacenza di maniera certi conflitti papillari indecenti nei piatti della “novelle cuisine”.
Oggi, tolte le impalcature a buona parte del Palazzo del Podestà e della Ragione, innalzate subito dopo i terribili giorni del terremoto 2012, ciò che si dà alla vista del passante in via Giustiziati è lo specchio deformante di questo “dialogo” fra il nuovo e l’antico. Una comunicazione formale, ma anche funzionale imposta dalla Sovrintendenza ai progettisti incaricati di mettere mano al Podestà per riattarlo alle esigenze dei tempi.
Il volto di comunicazione fra via Giustiziati e piazza Erbe, che a sua volta mette in comunicazione i due storici palazzi medievali, d’ora innanzi sarà così come lo si vede a impalcature rimosse: una colonna di cemento, sede dell’impianto di elevazione, segna la fine di quel caratteristico ponte ideale fra due strutture che in antico dirimevano il potere legislativo podestarile da quello giurisdizionale e tribunalizio della Ragione, appunto.
Una trasformazione inevitabile, asseriscono i tecnici, dato che le normative lo prescrivono: quale che sia la destinazione d’uso del Podestà in fase di ristrutturazione, un ascensore dovrà esserci. Né è pensabile che lo spazio espositivo e musicale della Ragione resti privo di mezzi atti a debellare le mille barriere architettoniche; altrettanto impensabile, nel caso si dia funzione pubblica o privata al ristrutturato Podestà, sarebbe non dotarlo di strumenti per garantirne a tutti l’accessibilità. Valutazioni che non esauriscono il carico dei dubbi sulla opportunità di realizzarne uno proprio lì e proprio in quel modo.
Il progetto di recupero del complesso medievale parte con l’amministrazione Brioni, prosegue con quella Sodano, e infine si concretizza con l’attuale di  Mattia Palazzi: il sindaco che si rifiutò due anni fa di tagliare il nastro inaugurale della copertura della “domus romana” di piazza Sordello.
Anche in quel caso il sindaco di turno si è visto costretto ad assecondare il parere tecnico dei progettisti, veicolati a loro volta dai pareri tecnici della Soprintendenza. I risultati, alla fin-fine, sono sempre gli stessi. E dove ai privati si impongono vincoli ferrei persino sulle tende parasole dei bar, sui monumenti o sulle piazze monumentali vengono autorizzati scempi inaudutu – purché il nuovo dialoghi con l’antico…

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