Se gli americani avessero Mantegna

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Attendo con trepidazione culturale la prossima conferenza dello storico Giancarlo Malacarne (per la cronaca, sabato 12 aprile, Atrio degli Arcieri ore 15:30) sulla conosciuta, ma sempre scandalosa e avvincente avventura di Agnese Visconti con raccoglimento nei luoghi del misfatto. Quell’altra volta Malacarne tenne col fiato sospeso il pubblico di Galleria Mossini nella serie di incontri sulla Galleria delle donne di Casa Gonzaga, da Isabella a Barbara, alla stessa Agnese. E pensai? Ma quelle civiltà che non hanno avuto quei pezzi di Storia, che abbiamo avuto noi, come fanno? E come sono bravi e ingegnosi quei Paesi che pur avendo molto meno di noi italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e via storicando sono capaci di valorizzare a son di ticket a venti euro quel che noi già vendiamo a venti e che è cento volte di più.

Non facciamo nomi di Paesi per evitare imbarazzanti confronti ma, come riporta una giovane viaggiatrice recentemente visitante uno storico Paese d’area anglica, c’è da chiedersi come siano capaci loro a promuovere collegi e siti, musei e gallerie, con un patrimonio (gli economisti direbbero “un’offerta”) sicuramente inferiore al nostro. E qui non posso che ripetere e sottolineare di nuovo quello che dissi, scrissi mi domandai già dieci anni fa di questi tempi. Se gli americani avessero gli Uffizi? O la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna? Immaginate quanti parchi a tema e ribalte mondiali organizzerebbero! Noi abbiamo anche il tesoro di Augusto, la sua storia e il suo mausoleo, e invece di valorizzarlo proprio nel bimillenario della morte, lo allaghiamo. Accadde a Roma dieci anni fa. Nel bimillenario della morte, durante le celebrazioni. La riapertura dopo 79 anni del Mausoleo dell’Imperatore più famoso al mondo fu un quasi un flop e finì allagato e al buio. Pensiero di tutti e titoli di molti: Italia incapace di celebrare anche i suoi miti. Pensate se gli americani avessero Augusto Imperatore, quanti parchi e quanti mausolei?!

Due o tre segnali degli ultimi giorni ci stanno dicendo che non riusciamo a valorizzare sempre al meglio i nostri musei, le nostre città, il nostro tesoro diffuso fatto di mare, monti, torri, castelli, scavi e strade, panorami e paesaggi. Nei giorni dei musei aperti gratis del Ferragosto una delle Gallerie più famose al mondo, gli Uffizi di Firenze, invece di incrementare gli accessi ha registrato una diminuzione di visitatori. A Venezia tra calli e campielli sostituiscono i locali e insegne storiche con catene internazionali di fast food e bugigattoli di western trasfer money. A Mantova, una delle capitali del Rinascimento, ci si difende e si incrementa grazie allo storico combinato Virgilio-Gonzaga, Ducale e Te, parchi e giardini, ora quasi versalliani. Grazie Mantegna, grazie Virgilio, grazie D’Arco, grazie più recentemente a Paolucci, di nome Antonio che da soprintendente anni Ottanta diede una bella smossa.  Abbiamo aree protette e angoli palustri tra Pomposa e Ravenna che fanno invidia alla Camargue e non riusciamo a far arrivare in zona più di quelle poche migliaia di coraggiosi amanti di ricerche ambientali e cavalcate in bicicletta. Quest’anno il turismo balneare dovrà affrontare i colpi delle nuove competizioni delle coste europee e degli sbalzi del clima tropicalizzato.

Vediamo come andrà, incrociamo le dita. Certo, da anni si dice che bisogna dare un’offerta integrata: mare, pattino, sole creme, bici e musei, opere liriche e libri ed arte la sera o quando si può.  E con tutto quel patrimonio che abbiamo dovremmo non avere problemi a dare un’alternativa alla nuvola o all’alga. I ministri che si susseguono a guidare le iniziative per il turismo italico sanno bene quanto patrimonio potremmo esibire al mondo oltre ai soliti dieci o venti monumenti e siti, ponti e castelli, che inondano le cartoline internazionali.

Anche qui non basta un proclama o un progetto, occorre ritrovare una vera politica per l’industria del turismo italiano, frantumata per anni in tanti rivoli spesso non coordinati. La prima cosa è la conoscenza: sapere e poter raccontare quel che c’è nelle sale del Palazzo Ducale di Venezia ma anche nel museo, che non molti conoscono, di Mercatello sul Metauro. O in tanti altri musei e gallerie che fanno ricca la rete d’arte e di cultura in Italia. Le idee possono venire anche da un borgo, ma la politica deve ‘essere dello Stato che deve proiettare la visione internazionale. Possono anche inventarsi a Rimini la Notte della Piadina sul Ponte di Tiberio ma se nello stesso tempo c’è una mostra su Tiberio, le architetture e le strade nascoste (pura fantasia) si farebbe sistema.

Sappiamo quasi tutto del Palio di Siena e qualche giorno prima si corre il Palio di Fermo che, parola mia, è una festa popolare molto radicata e innervata. Basterebbe accompagnare in una visione organica la massa infinita di iniziative e feste che ogni borgo d’Italia produce per far passare come ombra leggera l’incidente di Augusto inondato. Povero imperatore! Non ditegli che la sua Roma non è nemmeno tra le prime dieci città ideali al mondo. Anzi nell’ultima classifica di città europee ce ne sono solo due: Vienna ed Helsinki, le altre sono tutte australiane o americane. Ah, se gli australiani avessero avuto un Imperatore Augusto!

L’altro giorno a Sabbioneta, un nome un mondo, il professor Flavio Delbono, mantovano di Breda Cisoni, professore di economia all’Università di Bologna ci ha spiegato in un brillante e partecipato forum al Teatro all’Antica, come lo sviluppo locale nell’epoca dell’economia oligarchica possa poggiare su una possibile alleanza di lungimiranti. Guardare oltre, pensare lontano, proiettare intenzioni e piani che non giochino sullo stretto necessario che governa e impone le scelte del presente. Il famoso “potenziale” che hanno i nostri territori fatti di borghi e chiese, monumenti e parchi, musei e biblioteche è una componente essenziale del nostro successo e della nostra economia non solo turistica. Lo sapevano bene gli antichi romani e direi che anche noi potremmo avere tutti gli strumenti per capirlo e trasformare il potenziale in potenza. Vera e propria.

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