Calcio Serie C – Marco Marocchi: “Il Mantova, da 50 anni casa mia”

Marco Marocchi, team manager del Mantova
Marco Marocchi, team manager del Mantova

MANTOVA Cinquant’anni di Mantova, praticamente una vita. Certo non continui. Comunque vissuti con lo stesso spirito, leggero e professionale allo stesso tempo, di chi non si prende troppo sul serio ma le cose vuol farle (e le fa) bene. Parliamo di  Marco Marocchi, classe 1961, uno che in viale Te ci bazzica da quando era ragazzino e che nell’Acm ha ricoperto più ruoli: calciatore, allenatore delle giovanili e ora team manager.
 Marco, cominciamo col tuo primo contatto col Mantova…
«Avevo 13 anni. Arrivai grazie a Tomeazzi, allora responsabile del vivaio, un maestro per me. Giocavo già a centrocampo».
 A Tomeazzi devi anche il debutto in prima squadra, giusto?
«Padova-Mantova, 23 aprile 1978. Avevo 17 anni. Entrai negli ultimi minuti».
 Eri più emozionato o carico?
«Ho sempre considerato il calcio un divertimento. Io con la palla tra i piedi mi sentivo felice, era quella la mia strada. Tant’è che in quarta superiore mollai la scuola per dedicarmi esclusivamente al calcio. Lo rifarei mille volte».
 In effetti hai bruciato le tappe…
«Vero. A 19 anni ero già in Serie A, nel Bologna, senza neanche passare per la B. Radice, un altro grande che ho avuto la fortuna di incontrare, mi fece entrare contro la Juve a Torino. Che calcio fantastico quello: più nostrano e vero, senza tatticismi».
 Hai già citato Tomeazzi e Radice. C’è un altro allenatore cui devi qualcosa?
«Carletto Vaccari: mi ha insegnato davvero tanto. E poi G.B. Fabbri, che ho avuto a Foggia».
 Quali erano le tue qualità migliori in campo?
«Me la cavavo tecnicamente, per esempio nel dribbling. E poi mi piaceva svariare: centrocampista, esterno destro, tornante».
 Il più forte con cui hai giocato?
«Nel Mantova Frutti e Cappotti. In generale dico Colomba e Dossena. Ma, a proposito di giocatori, c’è una curiosità che mi riguarda».
 Raccontaci…
«Nel tempo ho avuto come compagni di squadra gente che poi ha fatto una grande carriera da allenatore: da Mancini a Pioli, da Allegri a Spalletti. Senza dimenticare altri campioni come Matteoli e Carnevale».
 Nonostante la partenza bruciante, la tua carriera si è sviluppata principalmente in Serie C. Rimpianti?
«Uno solo: l’infortunio al piede che mi fece smettere a 30 anni. Giocavo nello Spezia».
 È stata dura?
«Un dramma. A quella età ero nel pieno della maturazione e fermarmi così all’improvviso è stato destabilizzante».
 Come hai ovviato?
«Sono diventato agente assicurativo e, grazie a Dante Micheli, ho cominciato ad allenare i giovani del Mantova. Erano gli anni di Grigolo. Con Lori, e grazie a Magalini, le mie responsabilità sono aumentate. Dopo il fallimento, con l’avvento di Bompieri, ho fatto cinque anni da team manager».
Cinque anni travagliati…
 «Sì, ma anche di soddisfazioni. Dalla vittoria in D alla salvezza l’anno dopo, grazie soprattutto a Boninsegna. Con l’arrivo dei bresciani, che avevano i loro uomini di fiducia, ho mollato tutto. Basta Mantova, basta assicurazioni. Sono tornato ad occuparmi delle scuole calcio di San Pio e BorgoVirgilio».
 Chi ti ha convinto a tornare al Mantova?
«L’intuizione è stata del presidente Masiello. Io ero molto perplesso, ma alla fine accettai. Pur consapevole che sarebbe stata un’annata difficilissima a causa della pandemia».
  Come l’avete affrontata?
«Con tanta pazienza. In 6 mesi ci siamo sottoposti a un centinaio tra tamponi e test sierologici. Mi è venuto da ridere quando ho saputo della multa a Ballardini e alla società: il Mantova e il dottore andrebbero solo elogiati per lo scrupolo con cui ci hanno seguiti durante la stagione».
 Covid a parte, che stagione è stata?
«Salvezza anticipata e play off: per me è stato compiuto un capolavoro. In primis da Troise, che ha svolto un lavoro straordinario con un gruppo di ragazzi eccezionali, staff tecnico compreso. Ma è doveroso ringraziare anche tutti quelli che hanno lavorato dietro le quinte: segretari, magazzinieri, dipendenti. Semplicemente fondamentali».
 Che responsabilità comporta fare il team manager?
«La gente può pensare che sia solo sollevare la lavagnetta luminosa delle sostituzioni, ma non è così! Il team manager è il  trait-d’union tra la società e lo spogliatoio, è colui che organizza trasferte e ritiri. Ci sono degli equilibri da rispettare e bisogna sapersi muovere».
 Farai parte dello staff anche il prossimo anno?
«Io sono a disposizione… anche in infradito! Se non dovessero confermarmi, verrò comunque allo stadio a tifare Mantova».
 Insomma, la tua casa è in viale Te…
«Dopo 50 anni devo ammettere che è così. Come potrebbero liberarsi di me?!».