Non c’è paragone, anche nel suono e nella incidenza acustica. Vuoi mettere? Se io ti dico “Stai brève”, è quasi una carezza, un piccolo consiglio da amico, quasi un invito signorile e cortese. Se io ti dico: “Tola cùrta”, tradotto approssimativamente prendila corta, non è solo un invito, è un editto, è un ordine, è un consiglio per il tuo bene. Il dialetto mantovano è così. Smussa bene i contorni e arriva subito al dunque, nella gran parte delle occasioni. Ed alcune espressioni sono più filosofiche di corrispondenti allocuzioni italiane ma ancor più svettanti e croccanti. Come ci insegnarono il mitico Fredon Facchini e tutto il cenacolo “Al fogoler”. L’altro giorno, ad esempio, un medico cardiologo con grande professionalità e cura terminava un rutinaria visita ambulatoriale e al momento di redigere il referto ha commentato con piacevole sorpresa degli astanti mantovani. “Queste cose vanno rispettate sennò adiu batèl”. Fantastico, monito concreto e croccante. Adiu batèl, addio battello, che vuol significare non c’è più niente da fare. Il battello che se ne va a cui dire addio, e pensare di non avere più un battello è una delle immagini più significative e toccanti che mi appare quando penso ad un fenomeno senza ritorno, ad un atto finale, ad un esito infausto. Vedete che anche queste parole italiane contengono la loro giusta e direi quasi sacrosanta drammaticità e pesantezza, ma adiu batèl l’è tot n’atar quel. E’ un freccia, senza scampo. E mi viene in mente quella volta in cui Adiu batèl venne usato in un titolo di giornale nel titolo dell’articolo di fondo, anche detto editoriale, da Rino Bulbarelli per commentare una delle fasi della politica comunale del 1985. Esattamente 40 anni fa. Che belle le sedute comunali con adiù batèl, ma anche con gli inviti “Dai Carlìn fa bel”, dove a volte al posto di Carlìn c’era il nome di un politico o di un altro personaggio pubblico. Sempre quell’anno uscì un altro titolo epico dal punto di vista del linguaggio giornalistico e della parafrasi vernacolare (poi mamma ti spiego e ti chiedo scusa) e cioè “Dai Vladimiro fa bel. Tempi così. Assai folkloristici ed arditi nelle relazioni tra politica e informazione quella primavera estate del 1985. Ci fu la famosa seduta del cactus, credo la prima seduta di insediamento di quel consiglio del 1985, dall’episodio che ebbe come protagonista il consigliere verde Claudio Bondioli Bettinelli, che -come leggo- è tornato di nuovo tra banchi del consiglio. Regalò un vasetto con una piantina di cactus al sindaco e alla giunta. Fece notizia, non solo verde.
Fa bel e tola curta è già un programma per un consiglio e anche per una trasmissione televisiva. Quando ero a capo della redazione del Lazio, tipo 30 anni fa, mi lasciavo scappare qualche intercalare mantovano pensando e sperando che nessuno potesse davvero capire o interpretare. Invece una volta un collega in corridoio a Saxa Rubra si girò e mi disse: “guarda che ho capito, ho avuto una fidanzata a Mantova”. Accipicchia, pure le fidanzate mantovane. E a ben guardare, e anche a ben pensare, io stesso sono stato assunto in dialetto mantovano: Sentàt lì, siediti lì. Sono convinto che in una redazione che produce fior di giornale in lingua italiana o straniera, che produce articoli filosofici, letterari, scientifici e tecnologici si possa comunicare anche in dialetto per capirsi velocemente, anche per risparmiare tempo, anche per non ricorrere a verbosi lunghi salamelecchi lessicali. Tipo: nella misura in cui tu mi lasci tre colonne io posso ardire a completare lo spazio con una foto. Tipo: ad gh’è an bus da tri, métagh na foto. Altroché “nella misura in cui”. Per non parlare di presso. Che non sarebbe concepito così letterale e specifico nell’espressione dialettale. Prèss in dua? Ad esempio: Ma cat! E’ proprio diverso da insomma. Cutghin, è già più vicino a cotechino e ti fa venire la stessa acquolina in bocca. Cà t’ha fat è più sentenza, contiene una constatazione e al contempo una valutazione anche personale, talora di famiglia. Il problema della parola è generale in lingua e diventa ancor più particolare ed evocativo in dialetto. O nelle lingue specifiche di zone di mare e di valli, di aree interne ed esterne con consolidate tradizioni di lingua locale diffusa e parlata. Quella volta in cui lessi e poi recitai per la prima volta la bella e sonante poesia dialettale di Renato Bonaglia La fadiga da stà al mond, La fatica di stare al mondo, mi sembrò di allineare parole e suoni, musica e versi come mai prima.
Un tempo non mi ponevo facilmente il problema di chiedermi se una mia frase e una mia parola fossero esattamente accolte e interpretate come le avevo intese trasmettere. Chissà perché?! Inconsapevole io, altri tempi fuori, si pensava di capirci a priori. Adesso con tutto questo cataclisma di piattaforme e canali di comunicazione, con tutte queste chat e siti parlanti e scriventi, invece di essere sicuri che ci capiamo per quel che ci diciamo, siamo più insicuri di quel che diciamo e quasi certi che alla fine non ci capiamo. Vamolà!
“Ci sono parole in dialetto mantovano che valgono un mondo. Ad esempio, Fabrizio, hai mai pensato alla parola “cat”. Cat. Tre lettere. E almeno quattro traduzioni. Cat uguale a: che altro? Cat: che ci posso fare? Cat: che possiamo dire? Cat: ovviamente!! Un’ammissione a denti stretti. E poi c’è il massimo dei massimi “ma cat” : che è fraseologico, tipo così così. Ma cat. Un mondo vero in tre lettere. Ricordava Francesco Piccinini: Ad esempio quel tuo collega della Gazzetta Mario Cattafesta che si firmava Ma Cat lo trovavo geniale. Ad avere una firma così”.
Dove anche una parola vale un mondo. Piccinini ricordava che già al liceo facevano specie di vocabolario dialetto mantovano – italiano forbito dei termini più strani e caratteristici. Quelli che valgono una etichetta. Che diventano dei soprannomi, di “scurmai”. Dai Francesco spara. Beh possiamo vedere come si traducono Tacàda, Grèban, Tunàna, Pìafoc e Cat , Ma cat l’bbiamo già detto. Via. “ Tacàda: curiosa presa di posizione”. Eh ci stata tutta. Quante volte ci siamo detti: ad garè mia d le tacade. Na bela tacàda. Insomma proprio una singolare presa di posizione. Grèban: di salute cagionevole. Ma nel grèban c’è tutta una definizione intrinseca di debole, cadente, oddio mamma sta per svenire, anche nell’onomatopea della parola che sembra degradare verso l’inconsistente. Tunàna: di scarsa intraprendenza. Ecco quello è un tùnàna, non c’è immagine migliore di chi ondeggia tra una necessità di fare a tutti i costi una cosa e la volontà che manca, una specie di momento basculante tra il vorrei ma non posso, potrei ma non voglio. E “Pìafoc” : luce diafana. Tra diletto e dialetto in fondo c’è solo una “a” di differenza









































