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Delitto di Yana, l’accusa chiede di nuovo l’ergastolo. In aprile la sentenza dell’appello

MANTOVA/BRESCIA Assassinata perché “rea” di averlo lasciato ma, soprattutto, per l’affronto di rimpiazzarlo con un altro uomo, per di più del loro stesso gruppo di amici. Un’onta quindi da lavare via col sangue pianificata passo passo a partire da un predeterminato momento, vale a dire dalla scoperta della nuova relazione sentimentale della sua ex fidanzata con uno della compagnia. Questo, stando alla minuziosa ricostruzione inquirente, la miccia alla base dell’escalation vendicativa che, poco più di tre anni fa, aveva portato ad armare la mano di Dumitru Stratan nei confronti dell’ex convivente Yana Malaiko, la 23enne ucraina da lui ammazzata tra il 19 e il 20 gennaio 2023 a Castiglione delle Stiviere e poi ritrovata cadavere undici giorni dopo nelle campagne al confine con Lonato del Garda.
Un femminicidio quindi sospinto dal movente di «una gelosia bieca e possessiva, tipica del cosiddetto “Maschio Alfa” che non accetta di essere rifiutato, respinto o peggio ancora sostituito da un suo simile». A rimarcare tale tesi, sulla scorta di quanto già sostenuto in prima istanza, ieri, nella prima udienza del processo di secondo grado a Brescia istruito a carico del 36enne moldavo, il pubblico ministero di via Poma Lucia Lombardo, affiancata dal procuratore generale Domenico Chiaro, quest’ultimo impegnato a smontare punto su punto l’impugnazione difensiva, aderente non a un’azione omicidiaria cosiddetta d’impeto come alla fine avallato un anno fa dai giudici della Corte d’Assise di Mantova ma bensì a quella dell’ancor più “tenue” fattispecie preterintenzionale.
Argomentazioni queste, del tutto inverosimili per la pubblica accusa secondo cui, al contrario, la morte di Yana va inquadrata quale unica conseguenza di un omicidio studiato a tavolino e dunque premeditato a partire dal 15 gennaio 2023, data delle minacce rivolte alla ragazza da Stratan: «non mi interessa quello che fai ma se ti metti con uno della compagnia ti uccido», così come pure il paventato “litigio per il cane” deve essere annoverato tra le irreali costruzioni difensive. Una condotta delittuosa maturata, e quindi accresciutasi sempre più, proprio dal momento della scoperta da parte dell’imputato della nuova relazione della ex. Messa in guardia una prima volta sarebbero quindi partite le condotte persecutorie con messaggi e telefonate a ogni ora per sapere con chi fosse, senza lesinare offese, ingiurie e altre intimidazioni varie. Come quanto contenuto in un file audio di due giorni dopo in cui Dumitru le avrebbe vomitato contro in lingua madre tutta la propria rabbia e disprezzo: «Cagna, sei una cagna, devo ammazzarti, dovevo ammazzarvi tutti e due», riferendosi in tal caso anche al nuovo fidanzato di lei, Andrei Cojocaru. Per poi passare allo studio di come farla fuori realmente tra telecamere girate o divelte, ricerche di come produrre un veleno in modo artigianale o il reset del telefono della vittima una volta fatta fuori, secondo un modus operandi non ben definito, più volte modificato nelle intenzioni in modo incerto e approssimativo ma sicuramente preordinato all’esito finale.
Un assassinio consumatosi inoltre integralmente all’interno dell’appartamento al 4° piano del grattacielo di piazzale della Resistenza e non in due successivi momenti, come avanzato invece dall’avvocato della difesa, Gregorio Viscomi, con gli schizzi di sangue sui muri della camera da letto, Stratan ripreso dalla telecamera mentre tenta di pulirsi da tali macchie con uno straccio e, infine ancora lui che esce con il fagotto con dentro il cadavere della 23enne prima dell’alba. Un mese dopo l’arresto, ha concluso il Pm Lombardo, Dumitru chiese di essere interrogato «ma al solo scopo di ridimensionare la propria posizione ed evitare così il carcere a vita.
Non si è mai veramente ravveduto e quei ghigni beffardi e le risatine durante il nostro colloquio ne sono la riprova lampante: per questo l’unica pena possibile per lui è l’ergastolo». Presente in aula, quale parte civile aderente all’accusa, anche il padre della vittima, Oleksandr Malaiko, assieme al suo legale Angelo Lino Murtas e al criminologo Gianni Spoletti. Il 22 aprile la sentenza.