Il figlio 11enne morì nel rogo in casa: 14 anni al padre per omicidio colposo

Gianfranco Zani era accusato di omicidio volontario e rischiava l'ergastolo.

Gianfranco Zani
Marco Zani

SABBIONETA Quattordici anni di reclusione per incendio doloso e omicidio colposo. È quanto deciso ieri, giovedì 19 dicembre, dopo circa tre ore di camera di consiglio, dai giudici della Corte d’Assise nei confronti di Gianfranco Zani, il 54enne di Casalmaggiore accusato di aver appiccato il fuoco all’abitazione coniugale, con conseguente morte per asfissia del figlio 11enne Marco, il 22 novembre di un anno fa a Ponteterra di Sabbioneta. Una sentenza, quella letta nella prima serata dal presidente Enzo Rosina, che nella sostanza ha dunque ritenuto fondata la tesi difensiva dell’avvocato Laura Ferraboschi. Il legale dell’ex artigiano, a conclusione dell’arringa, aveva infatti chiesto in favore del suo assistito la derubricazione di entrambi i capi d’imputazione, con conseguente riqualificazione dell’incendio doloso in danneggiamento e dell’omicidio volontario in omicidio colposo; questo secondo il difensore a fronte dell’assenza nel caso di specie del cosiddetto dolo eventuale, vale a dire della consapevolezza nell’imputato che l’attuazione di una sua condotta illecita possa determinare conseguenze ben più gravi, accettandone dunque ugualmente il rischio. In altre parole, stando al dispositivo, Zani è stato ritenuto responsabile di aver appiccato il rogo ma non di aver voluto uccidere il figlio. Tale versione era stata corroborata in sede processuale da un’intercettazione ambientale, circa un colloquio captato in carcere tra Zani e la propria sorella. In tale conversazione l’uomo aveva ammesso di essere entrato quel pomeriggio nella villetta di via Tasso con l’intento preciso di bruciare la biancheria intima dell’ex consorte, la 40enne Silvia Fojotikova e di aver per prima cosa verificato se in casa ci fossero i figli, chiamandoli ognuno a voce alta; non ricevendo alcuna risposta era quindi salito le scale dirigendosi nella camera da letto matrimoniale. Lì nell’armadio aveva trovato alcuni capi d’abbigliamento della consorte, al quale con un accendino aveva infine dato fuoco. Con quel gesto, come dichiarato anche da lui stesso ieri davanti alla giuria, «voleva vendicarsi parzialmente per tutto quello che lei gli aveva fatto patire». Infine Visto le fiamme avvolgere l’abito in fibra sintetica aveva portato fuori i cani e poi e n’era andato. Totalmente differente invece la proposta detentiva avanzata in fase di requisitoria dal pubblico ministero Carmela Sabatelli che per l’imputato aveva invece chiesto l’ergastolo; carcere a vita, oltre al riconoscimento di una provvisionale da 500mila euro, anche per l’avvocato di parte civile Rachele Cerbiatto. Una decisione quella emessa ieri che molto presumibilmente verrà ora impugnata, una volta addotte le motivazioni del dispositivo, da tutte le parti in causa.

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