Home Cronaca Spigolature in Piazza Sordello Quella è una porta? No, un arco!

Spigolature in Piazza Sordello Quella è una porta? No, un arco!

Capannelli di passanti e frotte di turisti si mescolano nel sabato pomeriggio del villaggio sordelliano. La città sembra tutta lì, con pochi mantovani di Mantova. Incroci qualche mantovano sparuto, che sembra andare di fretta con sguardo fisso. Mantovani di città veri e propri forse si contano sulle dita di due o tre mani, più o meno. Il resto del mondo, del solito mondo del fine settimana virgiliano sembra essere tutto di fuori. A proposito: si scomoda Virgilio per alternare il nome della città col nome del suo più illustre e iconico poeta. Va così. I passeggianti sono di fuori anche di pochi chilometri, tipo da Cerese in giù o da Colle Aperto in su, dalle Grazie in poi e da Formigosa in là. Quelli del “dentro i laghi” sembra che non girino per Mantova nelle ore della moda week end, magari vanno a Verona o a Valeggio, a Reggio o a Milano. Nella città nel sabato del villaggio sordelliano dominano turisti e ospiti di mantovani, turisti di famiglia. E senti dire: Ma quella è una porta? E il padrone di casa precisa: ma non è un arco. E’ il voltone. Ma non è una porta, sembra una porta. In effetti è la porta grande, in senso lato, che dal Broletto porta nel grande cuore rettangolare della città, dominato dai palazzi gonzagheschi, dai palazzi della curia e dal Duomo. Mica Poco. E poi la magia della via di fuga: quel corridoio uscita verso il lago, con la curva per il castello di San Giorgio che ti promette altri orizzonti.

Sembra fatta apposta questa piazza per girarsi e rigirarsi due, tre, cinque dieci volte e perdere lo sguardo dove vuoi. Dalla parte del Ducale ancora illuminato da un pezzo di sole, che stenta a scendere dietro il cupolone di Sant’Andrea, vedi passeggio e code, capannelli raccolti di turisti e gruppetti di passaggio. La cupola di Sant’Andrea sembra un cupolone, come a San Pietro, per effetto della luce solare retrostante che altera forme e volumi. Ti giri e ti rigiri verso la schiera di palazzi di fronte al Ducale che fanno la storia delle gesta dei Bonacolsi e dei Gonzaga, ed ecco il succedersi di portoni e pezzi di giardino che vedi dentro i varchi delle entrate monumentali. E vorresti entrare ma dia non puoi. E poi il palazzo del Vescovado con la sua facciata di tinta chiara anche in ombra, con le statue, accipicchia le statue la in altro, alle quali a volte non fai caso quando sei di fretta e che un po’ ti ricordano i gigantoni di piazza San Pietro. Poi l’angolo degli angoli: Piazza Sordello spigolo via Cairoli, l’angolo del palazzo del Vescovado e di fronte la facciata del Duomo, Chiesa di San Pietro. Tre metri nel cuore del cuore. E poi là in fondo oltre l’area archeologica, delimitata dai muretti visivamente un po’ ingombranti, ecco le facciate del lato don Tazzoli, quelle che portano alla porta-non-porta da Broletto-Cavour. “Ma è una porta?” chiede ancora la turista, ospite del mantovano ospitale e viene subito corretta nell’aria fresca di metà pomeriggio dall’ospitante scrupoloso: “Ma no, è una volta ad arco, accesso stradale”. E due.

Di là, verso il centro della piazza un gruppo colorito e colorato di turisti ascolta attentamente e devotamente una guida raccontare le ricchezze dei Gonzaga e la passione per l’arte e i cavalli. Illustrazioni come da tradizione. La guida è precisa e fluente. Si sente il racconto anche se non vuoi sentire perché la guida usa un piccolo impianto di diffusione audio a prova di ipoacusici e si diffondono nell’aria vocali e consonanti storiche senza confini e senza limiti. Non è un’ingerenza e nemmeno una sofferenza: è un dato di fatto. Perché un turista, sicuramente piemontese da un accenno di parlata, dice alla signora vicina:”Mi sento un po’ in colpa ad ascoltare spiegazioni così belle e speciali da parte delle guide senza pagare e senza essere parte del gruppo”. Ma è inevitabile perché l’audio libero in piazza non guarda in faccia e non seleziona chi è parte del gruppo e chi passa soltanto per caso. Si potrebbe dire mutuando slogan di anni passati: udio libero in libera città.

E’ tutto un brulichio di colori e di voci lì in fondo verso il voltone dove si concentrano i bar e i caffè con tanto di dehor finché la piazza lo consente. Un passeggio continuo, ininterrotto e costante tra chi viene e chi va, un po’ come nella vita. E’ bello farci caso. C’è chi entra in piazza Sordello dal voltone di via Cavour e percorre il grande liston mantovano aderente ai palazzi e chi invece prende un percorso diagonale e si immette nel centro della piazza. Si può tentare una osservazione socio-antropologica sulla base di qualche conoscenza e dato empirico: i turisti italiani e stranieri stanno un po’ di qua sul marciapiedi e un po’ in centro, forse per avvicinarsi meglio al porticato del Ducale o attratti da quella maestosa facciata, i mantovani almeno in gran parte preferiscono il marciapiedi, il liston di noi-altri, e camminano cercandosi tra di loro, salutandosi come in un club tra soci di nascita e provenienza, per riconoscersi meglio nel mondo aperto di visitatori e turisti e chissà mai cos’altro. Un sacerdote in clergyman, con colletto perfettamente aderente e al suo posto, esce dal flusso e prende una netta direzione diagonale verso il lato del Duomo. Cammina svelto il reverendo dai capelli grigi con una cartella nera alla mano destra e lo sguardo fisso verso un orizzonte tutto suo. Chissà dove andrà il don? Avrà una messa? Una visita?

La signora della domanda più o meno pertinente sulla porta non si è ancora arresa, non si è data pace: “Ma sembra una porta per la piazza, comunque”, dice ancora al paziente ospite. Che non replica più e guarda l’ultimo raggio di sole scomparire dietro i tetti sovrastati dalla Torre della Gabbia. C’è chi si ferma a salutarsi proprio all’altezza di vicolo Bonacolsi e qualcuno lancia uno sguardo dentro e scopre e riscopre quella piccola quasi minuscola galleria sospesa tra i due palazzi, con finestrella verso piazza. “Chissà che vista da quella finestra?!”, dice un signore con accento veronese. E qualcuno ricorda che lì dietro una volta c’era un ristorante di gran leva e in gran voga, la dove vicolo Bonacolsi sfocia in Sant’Agnese. La celeberrima Aquila Nigra di cui resiste una sbiadita scritta.

Non sembra, ma un po’ si sale”, sospira una signora a braccetto con il marito da giù verso il Duomo. “Un po’ si sale verso il Duomo, poco poco”, le conferma l’accompagnatore. E’ un andirivieni continuo anche sotto il voltone d’ accesso a Piazza Lega Lombarda dove c’è anche un musicista volontario che mescola le sue note con il chiacchiericcio. Ci sarà qualche cosa alla Sala degli Arcieri? No, no è il richiamo del giardino e la curiosità emessa dai busti dei generali Gonzaga che ti accolgono con fiero sguardo appena dentro. Lì in angolo, in pinza di giardino. Tre o quattro signori sicuramente molto dabbene si fermano e leggono nomi, titoli, date e onorificenze. Qualcuno si siede sulle panchine perché camminare fa bene ma ogni tanto bisogna rilassare anche le ginocchia, dice la nonna che forse non voleva uscire per fare la passeggiata ma la nipotina ha insistito tanto “dai nonna che c’è ancora un po’ di sole e non c’è freddo”. Il giardino di Lega Lombarda che per i mantovani di una certa età rimane Piazza Pallone, perché era il luogo pubblico in cui si giocava a palla. Oltre il giardino le facciate di palazzi in gran parte disabitati di via Rubens, dove una volta c’era anche una tipografia, di cui rimane il cartello a ricordo della sua attività. Alcuni usci sono socchiusi sia pur incatenati come a far prendere aria ai corridoi e alle stanze interne di queste case dove una volta c’era la vita di signori e signore, di don e monsignori, di nobili e borghesi. Il tempo di un pensiero e il richiamo delle voci di Piazza Sordello si fa prorompente. Non c’è più la signora che voleva chiamare porta il voltone. Forse è già in piazza Marconi. Chissà se qualcuno le dirà che quella per molti mantovani è piazza Purgo. Spigolature.