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Asola, il Trio Edoné incanta la Sala dei Dieci tra Beethoven e Brahms

Due Trii e due assaggi, a coronamento di un piacevole pomeriggio all’insegna del camerismo. C’è voglia di bella musica, ad Asola: lo testimoniava, la scorsa domenica pomeriggio, a dispetto del tempo inclemente, il numeroso pubblico presente al secondo appuntamento della rassegna che, per il secondo anno consecutivo, l’Associazione Garda Lake Music in collaborazione con Comune, Museo Civico Goffredo Bellini, Associazione Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani, ha organizzato, chiamando a sé, in un cartellone prezioso e composito, interpreti di primo piano della scena attuale. Dopo Giovanni Bietti e Alberto Bologni, applauditi protagonisti del concerto inaugurale, ad offrire all’uditorio un ideale viaggio nell’”Età aurea della Musica”, questo il titolo programmatico della matinée, è stato il Trio Edoné, ovvero il violino esuberante di Paolo Ghidoni (tra gli organizzatori della rassegna), il violoncello conciliante di Marco Perini e il pianoforte di Ruggero Ruocco, chiamato a tessere – come chiede la scrittura, sempre più articolata e densa, che caratterizza il trio con pianoforte nel corso del XIX secolo – trame di complessa, avvincente suggestione. Sul leggio, a fronteggiarsi ma, ancor prima, a suggerire un dialogo di molteplici assonanze, il secondo Trio dall’op.1 di Beethoven e il Trio op.87 di Brahms. A dividerli, poco meno di un secolo; decenni in cui l’emancipazione strumentale del pianoforte, lo sfruttamento delle sue pressoché infinite potenzialità timbriche ed espressive, finisce per ispirare e pungolare i compositori verso soluzioni che, dal solco tracciato dai sommi Haydn e Mozart, si inoltreranno in esiti di straordinaria ricchezza e originalità. Musica per pochi, musica tra amici, come suggerisce l’organico ridotto, ma capace di offrirsi quale distillato di interi mondi. L’eleganza raccolta della Sala dei Dieci, d’altronde, favoriva quell’ascolto ravvicinato che è la condizione naturale del camerismo, nella duplice dimensione del fare musica e nell’accoglierla. Nel Trio op. 1 n. 2 di Beethoven la scrittura appariva subito sfidante e densamente intessuta di un segreto, a tratti tracimante pulsare, vicino eppure già lontano dagli olimpici equilibri della grande tradizione settecentesca, con il compassato rigore del primo movimento che cedeva all’affettuoso Largo con espressione, pagina dalla cantabilità garbata e raccolta, magnifica premessa all’omaggio haydniano sotteso al gustoso Scherzo successivo, nel cui cuore affiorava il trascolorante Trio centrale, prima di lasciare spazio al dilagare del frizzante Finale. Con il Trio op. 87 di Brahms la trama si infittiva e dall’austero, teso unisono iniziale che fa da architrave all’ampio movimento di apertura, era l’anima zigana, popolare, insieme commossa e disillusa, che abita l’asciutto Andante con moto ad accogliere un canto desolato, presto svaporante in una rosa di cinque variazioni, tutte connotate da una sobria, velata malinconia. Ma era nel folleggiante Scherzo, contrappuntato da un cuore centrale di affettuosa dolcezza, che l’intesa tra gli interpreti raggiungeva, nella complicità, nella convergenza, uno dei momenti più alti del concerto, prima di tuffarsi nell’ampio caleidoscopio di temi, spunti e materiali che, da impareggiabile bricoleur, Brahms monta e combina ad arte nel giocoso Allegro finale. Applausi calorosi, ricambiati con due petali fuori programma, a completamento dell’ideale quadrifoglio che costituisce la summa del quartettismo: la vocalità appassionata, da Romanza senza parole, dell’Andante tratto dall’op.66 di Mendelssohn e, a suggello, lo Scherzo dallo schubertiano Trio op.99.

Elide Bergamaschi