MANTOVA Cinque richieste di patteggiamento della pena, ciascuna delle quali concordate nell’orbita edittale dei tre anni di reclusione, oltre a due proposte di archiviazione da parte della procura. Questo il novero delle istanze, già recepite dal giudice per le indagini preliminari di via Poma e su cui ora a breve lo stesso togato sarà chiamato a pronunciarsi circa l’inchiesta afferente il caso di maltrattamenti perpetrati in un nido privato cittadino e che inizialmente aveva visto sotto accusa sette persone, tra direzione ed educatrici, per tale precipua ipotesi di reato. Una vicenda giudiziaria scaturita nell’ottobre scorso a fronte delle indagini delle Fiamme Gialle scattate dietro segnalazioni di alcune mamme che avevano tratto elementi di denuncia dalle parole dei loro piccoli nonché anche da una collega degli indagati che aveva assistito, dissociandosene, a paventati episodi di maltrattamenti. Nel caso di specie, si andava da bimbi di pochissimi anni sbattuti nei fasciatoi, ad altre angherie fisiche qualora gli stessi piccoli non corrispondessero alle imposizioni del personale addetto, sino a segregazioni al buio per i più riottosi. Non solo. Fra le accuse mosse, comprovate peraltro dalle registrazioni delle telecamere nascoste nella struttura, c’era anche quella di somministrazioni di cibo insufficiente nella mensa, al punto che un formaggino veniva ripartito per più bambini, venendo così meno alle prescrizioni standard dei regimi alimentari. Nel gennaio scorso tutte le azioni acquisite erano così emerse con la comunicazione ufficiale della Guardia di Finanza e, completata la raccolta dati, il sostituto procuratore Gianlorenzo Franceschini, titolare del fascicolo, aveva quindi a quel punto provveduto ad iscrivere nel registro degli indagati sette operatrici con la posizione di due però andata poi in seguito chiarita e per questo avallata da una richiesta di non luogo a procedere trasmessa ora al Gip. Per la direttrice e quattro educatrici invece era stato chiesto il rinvio a giudizio sulla scorta di un consistente faldone probatorio addotto a loro carico e vertente segnatamente nella perdita della funzione educativa con contestuale trasformazione della permanenza al nido dei piccoli ospiti in una gestione meramente meccanica oltreché intimidatoria. In particolare, oltre a urla, minacce e frasi di scherno, alla titolare dell’asilo verrebbero addebitate azioni non solo omissive ma altresì attive. Come quando dopo il morso dato da un bambino a un compagno, lo avrebbe trascinato in cucina minacciandolo di fare lei stessa altrettanto nei confronti del piccolo in lacrime. Nelle carte compaiono inoltre indicazioni date alle dipendenti sul risparmio nella preparazione dei pasti come l’uso di pane avanzato il giorno prima o acqua calda al posto dell’olio per condire le porzioni di cibo. Condotte ritenute tali da far piangere i bambini e ad indurli impauriti a chiedere di chiamare la mamma e il papà per poter tornare a casa. Uno scenario che, alla notizia della volontà unanime di patteggiare delle coinvolte, non aveva mancato di sollevare proteste e indignazione nei genitori dei piccoli ospiti del nido a cui, tra le altre cose, tale particolare formula di rito alternativo è preclusiva della possibilità di costituirsi parte civile. La “palla”, e la decisione, passa adesso al giudice.








































