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Sonate di Mozart e produzioni discografiche, spicca l’omaggio alla violinista mantovana Regina Strinasacchi

MANTOVA Il pregevole lavoro discografico, interamente dedicato al Mozart delle Sonate per fortepiano e violino e pubblicato dall’etichetta Arcana presenta, per l’ascoltatore mantovano, molteplici ragioni di interesse. In primis, la caratura di due cavalli di razza quali Gianluca Cascioli e Sayaka Shoji, interpreti tra i più autorevoli di una giovane generazione ormai affacciatasi alla piena maturità. Ma, ancor prima, a rendere prezioso questo itinerario mozartiano che coincide con i burrascosi anni tra il 1777 e il 1784, anni in cui l’ormai ex enfant prodige cerca, non senza strappi e delusioni, affermazione e, soprattutto, dignità e libertà creativa prima alla corte di Mannheim e quindi a Vienna, è il forte legame con la terra virgiliana. A spiccare, infatti, nella galleria di pagine proposte, dopo le Sonate K 301 e K 378, è infatti il sorprendente esito della K 454, composta per la violinista mantovana Regina Strinasacchi, nata ad Ostiglia (probabilmente) nel 1761 e morta a Dresda nel 1831, dopo una brillante carriera di strumentista tra le più apprezzate d’Europa. Sarà lei, il 29 aprile del 1784, ad avere il privilegio della prima esecuzione della Sonata a lei dedicata, con lo stesso Wolfgang al fortepiano. “Abbiamo qui la famosa Strinasacchi di Mantova”, scriverà Mozart in una lettera al padre Leopold. “Un’ottima violinista. Ha buon gusto e sensibilità nel suo modo di suonare. In questo momento sto componendo una sonata che suoneremo insieme giovedì al suo concerto a teatro”. Il teatro è quello di Kärntnertor, ovvero il Teatro di Porta Carinzia, che fino al XIX secolo sarà tra i più attivi della capitale asburgica. Il concerto in questione è consacrato dalla presenza dell’Imperatore Giuseppe II d’A s bu rg o Lorena, superbo conoscitore, oltre che mecenate, consumatore ed esecutore, di musica. Secondo la vedova Constanze, Wolfgang, pressato dai ritmi frenetici a cui è costretto a sottostare per evadere le richieste che gli pervengono, non completa in tempo la partitura ma si limita a definire per sommi capi la parte del violino, consegnandola ancora fresca di inchiostro alla Strinasacchi solo una manciata di ore prima del debutto e improvvisando quella destinata alla tastiera durante l’esecuzione. Forse va davvero così. In effetti, l’autografo mostra che l’opera prende forma in due momenti diversi: prima la linea del violino e poi – stipata in spazi ristretti, visibilmente posticcia – quella del pianoforte, affidata in prima battuta al vulcanico estro mozartiano e, successivamente, cristallizzata in una scrittura complessa, ardita, insidiosa. Come ben sottolineano nella loro rigorosa lettura interpretativa Cascioli e Shoji, la K 454 segna uno spartiacque rispetto all’universo linguistico delle precedenti Sonate. Ad annunciarla è un’introduzione lenta, squisitamente teatrale, perfetta per valorizzare le virtù espressive del violino, che culmina nel mirabile, raffinatissimo smarrimento nell’Andante centrale, ricco di ornamenti, in cui le sottili sfumature timbriche e dinamiche regalano alla pagina un’aura fatata, per molti versi affine alla Fantasia in do minore K 475. Un terreno ideale per le qualità, già decantate da Leopold in una precedente lettera alla moglie, della Strinasacchi, chiamata a distillare dalla cordiera frasi rubate al belcanto. “Tutto il suo amore e tutta la sua anima sono nella melodia che suona, e anche la sua sonorità è bella, così come la forza del suono”, scrive infatti papà Mozart, sensibilmente toccato da “una delle donne eccezionali della storia, riconosciuta come virtuosa del violini, moglie e madre di quattro figli”. Ma quell’at mosfera sospesa è l’alzarsi di sipario che prepara allo scatto ritmico dell’Al legro, al suo impettito disegno tematico fatto di note staccate all’unisono fra i due strumenti e di uno sfiancante rincorrersi di frasi sincopate. Le ombre, i vuoti, i trapassi, i mille chiaroscuri che occhieggiano nei primi due movimenti cedono il passo alla luce che avvolge l’Allegrettofinale, un rondò zampillante di spunti arguti giocati sul filo di un virtuosismo estroso e divertito attraverso il quale, Mozart ben mette in rilievo la sua sapienza di compositore e, insieme, il magistero esecutivo che lo accomuna alla sua eccellente comprimaria mantovana. Elide Bergamaschi