MANTOVA – Quattro condanne a fronte di una sola assoluzione confermata. Questo sostanzialmente quanto deciso ieri dalla Corte d’Appello di Brescia, a parziale riforma della sentenza di primo grado, nei confronti dei cinque giovani mantovani finiti al tempo a processo per l’ipotesi di violenza sessuale di gruppo, stando al quadro inquirente perpetrata esattamente cinque anni fa ai danni di una ragazza all’epoca ancora minorenne. Un verdetto che ha quindi di fatto ribaltato quanto statuito nel luglio del 2024 dal collegio dei giudici di via Poma, che nella circostanza aveva mandato assolti tutti gli imputati perché il fatto non sussiste, stante proposte di condanna del pubblico ministero pari a 46 anni di carcere complessivi, nello specifico a 9 anni ciascuno per quattro e a 10 per l’ultimo accusato.
I giudici della Leonessa invece, riconoscendone specifiche responsabilità seppur con attenuanti generiche, eccezion fatta per una precipua posizione ritenuta del tutto marginale, hanno quindi disposto quattro condanne a 5 anni e 4 mesi ognuna, oltre a provvisionali da 20mila euro per la persona offesa e 4mila per la madre. Segnatamente la vicenda a loro ascritta risaliva alla notte tra il 18 e il 19 maggio 2021 quando, secondo la ricostruzione della procura, una 17enne cremonese allontanatasi spontaneamente da casa, dopo aver trascorso buona parte della giornata in compagnia di un conoscente (risultato poi estraneo ai fatti) sarebbe stata invitata a partecipare a una festa privata organizzata nell’abitazione di uno degli accusati a Suzzara dove poi, una volta fatta ubriacare, sarebbe stata stuprata. L’indagine, era quindi partita un paio di settimane dopo, quando al pronto soccorso pediatrico dell’ospedale di Cremona, si era presentata, accompagnata dalla madre (costituitasi parte civile assieme alla figlia) la stessa presunta vittima lamentando in tale fattispecie forti dolori al ventre.
Confidatasi, la minore avrebbe così raccontato di essere stata violentata una quindicina di giorni prima, durante un party in provincia di Mantova. A quel punto tramite mirate perlustrazioni e intercettazioni, le squadre Mobili di Cremona e Mantova avevano chiuso il cerchio dell’inchiesta culminata con le perquisizioni domiciliari nelle abitazioni dei cinque, in quel periodo tutti poco più che maggiorenni.
Di contro, poggiava invece fin da subito in primis sul consenso dell’allora minorenne al rapporto sessuale con tre del gruppo, così come altresì dichiarato in fase dibattimentale dagli stessi, oltre a una «spiccata difficoltà della stessa a ricordare con certezza circostanze e luoghi, alla luce di quanto evintosi in sede incidente probatorio, nonché sulla scorta di un suo appurato disturbo della personalità», la linea improntata dal collegio difensivo degli accusati, gli avvocati Pasqualino Miraglia del Foro di Modena, Stefania Magnani e Alessia Soldani, entrambe del Foro di Mantova, che per i propri assistiti avevano quindi chiesto in via principale assoluzione piena perché il fatto non sussiste o non costituisce reato o in via subordinata, come poi effettivamente statuito, per mancata sussistenza della prova certa.
Difese che ai giudici di secondo grado avevano quindi ribadito quanto già avanzato in prima istanza, insistendo circa la conferma della sentenza assolutoria nonché opponendosi alla rinnovazione processuale richiesta dalla Procura Generale e infine poi ammessa. Motivazioni tra 90 giorni.




























