Sotto la polvere della storia risplende ancora il mosaico della bellezza. Non una figura soltanto, ma una costellazione di figure, di tutte le donne che il tempo ha consegnato alla memoria e alla leggenda. L’oro delle tessere ravennati trattiene la luce in un presente perpetuo, e proprio a quella sospensione sembra guardare Teodora Imperatrice. Opera in forma di mosaico, la nuova creazione di Mauro Montalbetti su libretto di Barbara Roganti, presentata in prima assoluta al Monteverdi Festival lo scorso 14 giugno. Per la prima volta in oltre sessant’anni di attività, il Festival accoglie un’opera contemporanea. Ma quella di Montalbetti non è una contemporaneità che si oppone alla tradizione; al contrario, la attraversa, la interroga, ne raccoglie le eredità profonde per trasformarle in linguaggio vivo. Fin dalle prime battute si percepisce la natura di questa operazione. Il pubblico viene accolto sul sagrato di Sant’Agostino, immerso in un paesaggio sonoro fatto di voci sovrapposte, frammenti di discorso, richiami lontani. È il brusio di Bisanzio, il rumore della storia che si stratifica in testimonianze contraddittorie. Teodora emerge da questo brulicante coro di memorie come una figura continuamente sfuggente: bambina, attrice, danzatrice, sovrana, santa, demone. Nessuna definizione riesce a contenerla. Già in questa scelta si rivela l’intelligenza drammaturgica di Barbara Roganti e della sua pregnante ragnatela fatta di apparizioni, riflessi e risonanze. Una danzatrice accoglie gli spettatori con gesti rituali, lascia cadere foglie secche, raccoglie la terra e la disperde nello spazio: il corpo, la polvere, la memoria. Da quel momento il confine tra scena e platea si dissolve. L’opera non si osserva dall’esterno; la si attraversa. L’ingresso del pubblico in chiesa – una processione silenziosa, lenta, già intrisa di rito – assume così il carattere di una vera iniziazione. E Sant’Agostino diventa uno spazio liquido, poroso, attraversabile. L’oscurità iniziale si dirada lentamente fino a rivelare l’altare-scena, ma soprattutto rivela una diversa percezione del tempo. Il tempo musicale diventa esso stesso ordigno propulsivo, capace di spalancare paesaggi interiori e storici, di evocare la Costantinopoli della rivolta di Nika e, subito dopo, di sospendere ogni azione nel semplice tocco di una campana o nel gesto rarefatto della tiorba. La grandezza della partitura risiede proprio nella sua capacità di abitare simultaneamente epoche diverse. La riscrittura della precedente Teodora. Scalata al cielo in cinque movimenti per strumenti antichi – composta su commissione del Ravenna Festival – non rappresenta un’operazione di colore o di stile: è una rifondazione del materiale musicale. Montalbetti recupera modi, inflessioni e pratiche compositive che affondano le radici nella tradizione rinascimentale e barocca, ma li sottopone a una sensibilità pienamente contemporanea, ad un linguaggio che non conosce nostalgia. In questa prospettiva gli strumenti antichi cessano di essere testimoni archeologici e diventano protagonisti del racconto. La tiorba, l’arpa barocca e l’organo positivo emergono come timbri autonomi, capaci di illuminare una parola o un’immagine con la precisione di un riflesso dorato su una tessera musiva. Ai loro colori si aggiungono le sonorità penetranti dei cornetti e la dolcezza remota dei flauti dolci, che costruiscono un ponte ideale tra la Bisanzio di Teodora e il nostro presente. Particolarmente riuscito è il lavoro sugli archi, continuamente sospesi tra la trasparenza eterea delle corde di budello e gestualità più aspre, quasi materiche, che appartengono al lessico della musica d’oggi. È in questa oscillazione continua che la partitura trova la propria identità. Alla guida di Cremona Antiqua, Antonio Greco affronta la complessità del progetto con straordinaria lucidità. Orchestra e coro diventano un unico organismo respirante, capace di mutare pelle di continuo. Le polifonie si librano nello spazio con una leggerezza quasi irreale, come sospese in una corrente d’aria proveniente dal Bosforo; altrove l’energia si addensa, si incendia, contagia i corpi dei danzatori e genera una tensione cinetica che attraversa l’intera navata. Magnifico il coro, compatto nel suono e raffinatissimo nel fraseggio, soprattutto nei momenti a cappella, dove la purezza delle linee vocali sembra tentare di riannodare i fili spezzati del tempo. Al centro di questo universo si impone la Teodora immensa di Roberta Mameli, autentico fulcro emotivo dell’opera. La sua interpretazione attraversa le pieghe del personaggio, lo rende contraddittorio e vivo per restituirne tutta la complessità di donna e di basilissa. La voce come cera, di una luminosità straordinaria, e l’intelligenza musicale capace di piegare il timbro alle esigenze della parola e del gesto teatrale, fino a pianissimi ipnotici, a confessioni pronunciate a mezza voce. Nel suo canto, ogni frase sembra nascere da una necessità interiore. La Teodora sovrana, la donna ferita, la visionaria, la penitente convivono nella stessa linea vocale senza mai frantumarsi. Momenti di altissima intensità costellano il suo percorso. L’aria del perdono — che in realtà possiede il carattere severo di una purificazione attraverso il fuoco — trova nella sua interpretazione una misura quasi statuaria. Il sottile contrappunto del violoncello diventa voce di pietra, memoria millenaria che accompagna una riflessione sul potere, sul sangue e sulla possibilità stessa della redenzione. Poi, nelle pagine dell’insonnia e della neve, il canto si assottiglia fino a diventare una presenza quasi sonnambula, sospesa sopra un tessuto sonoro oscillante e ipnotico. Sono momenti nei quali il lirismo di Montalbetti raggiunge una rara intensità espressiva. Accanto a lei, Barbara Roganti officia una prova scenica in cui sua parola declamata si innesta sulla musica, la attraversa, ne prolunga il respiro. Nei passaggi più intimi, come La stella dell’autunno, il confine tra recitazione e canto sembra dissolversi. La voce dell’attrice diventa essa stessa materia musicale, portatrice di una memoria antica, quasi ancestrale. Alla fine, Teodora continua a sfuggire a ogni definizione, come accade alle figure più grandi. Santa e demone, vittima e sovrana, creatura di carne e icona. Montalbetti e Roganti ne fanno il centro di una meditazione sul tempo e sulla memoria: un mosaico sonoro in cui ogni tessera conserva la propria autonomia e insieme contribuisce a una visione più grande. E quando l’ultima nota si spegne, in lontananza, nella notte della città sul Bosforo, resta nell’aria quella particolare sensazione che appartiene soltanto alle opere riuscite: la percezione di avere attraversato un tempo diverso dal nostro, eppure misteriosamente presente.
Elide Bergamaschi






























